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Storia

Bergamo scomparsa: le avventure di Bartolomeo Colleoni

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Bergamo scomparsa: le avventure di Bartolomeo Colleoni
Statua di Bartolomeo Colleoni

Abbiamo lasciato Bartolomeo Colleoni nel momento della sua defezione dall’esercito veneziano. Il trattamento benevolo riservatogli da Filippo Maria Visconti non durò a lungo. Sospettato di accordi segreti con il governo veneziano, il condottiero trascorse un anno in prigione nei famigerati forni di Monza. Riuscì a fuggire nel 1447.

Milano viveva in quel momento una situazione di grave disordine in seguito alla morte del duca privo di eredi legittimi. Stati stranieri cercavano di trarre vantaggio dalla sua debolezza. La città aveva proclamato la Repubblica Ambrosiana e appunto alla instabile repubblica il Colleoni offrì i suoi servigi riaggregando la sua compagnia non ancora del tutto sciolta. Nella battaglia di Bosco Marengo riuscì a sconfiggere le truppe francesi orleaniste che si apprestavano ad invadere la città. Fu un successo che gli diede fama internazionale e soprattutto notevoli ricchezze. Il riscatto del comandante orleanista, Rinaldo di Dresnay, gli fruttò 14.000 corone.

Era una cifra che gli permetteva di investire con larghezza nelle proprietà bergamasche e nei feudi che Venezia gli aveva dato in concessione. Il desiderio di una sede stabile e conveniente alla sua posizione non dovette essere estraneo alla sua decisione di tornare tra le file della Serenissima. Nel 1448 firmava una condotta di 1500 cavalli e 400 fanti. Occupava uno dei gradi più alti nella gerarchia militare, ma la sua ambizione al comando supremo dell’esercito veniva ancora una volta delusa. Anzi la sua frustrazione si ripetè quando la Repubblica mostrò di preferirgli un condottiero più giovane e con minore esperienza, Gentile della Leonessa.

Nel 1451 il Colleoni annunciava la sua intenzione di andarsene allo scadere della condotta, nella consapevolezza che i veneziani avrebbero cercato in ogni modo di trattenerlo. Ma a Venezia c’erano dubbi sulla sua fedeltà. Nel maggio egli riusciva a scampare di fortuna a un tentativo di arresto nel suo accampamento. Fuggiva a Milano dove Francesco Sforza aveva preso il potere legittimandolo attraverso le nozze con la figlia naturale dell’ultimo Visconti.

A Venezia intanto lo stesso Consiglio dei Dieci, massimo organo politico, intervenendo per la prima volta in materia di condotte militari, conduceva un negoziato per richiamare il Colleoni.Il contratto, firmato il 4 marzo 1454 lo designava formalmente con una condotta di 60.000 ducati l’anno in tempo di pace, 100.000 in tempo di guerra.

La cerimonia ufficiale dell’investitura ebbe luogo solennemente in Brescia il 24 giugno dell’anno successivo. Due patrizi veneziani, Paolo Barbo e Giovanni Moro, in rappresentanza del senato della Serenissima conferirono a Bartolomeo Colleoni le insegne del comando e il titolo di capitano generale delle truppe venete.

L’allocuzione pronunciata dal Barbo, ritrovata in uno scritto inedito e tradotta dalla studiosa Joanne Bernstein, si concludeva con le parole: “Infine Bartolomeo, a nome del nostro Senato, non solo ti esorto ma ti supplico e imploro a comportarti in modo che noi ci si possa rallegrare per essere stato tu un comandante di pace e di quiete, persino di tranquillità, invece che di guerra”.

La pace quindi e non la guerra si chiedeva al nuovo capitano generale. Con il trattato di Lodi, le contese avevano trovato soluzione e l’Italia avrebbe goduto di cinquanta anni di relativa tranquillità.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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