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Storia

Bergamo scomparsa: quel che resta dei brembillesi

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Bergamo scomparsa: quel che resta dei brembillesi
Il ponte di Attone

Abbiamo visto nello scorso incontro come il governo veneziano avesse inflitto agli abitanti della Val Brembilla colpevoli di ostilità contro la Repubblica la terribile punizione dell’esilio forzato.

I brembillesi dispersi andarono ad abitare chi a Treviglio, a Covo, Antegnate, Lodi o nella Gera d’Adda. Molti si trasferirono nel Milanese dove il Duca Filippo Maria fu prodigo con loro di privilegi e concessioni. Si ritiene che l’evento possa essere all’origine della larga diffusione del cognome Brembilla, poi Brambilla, nel Milanese.

Fedeli a Venezia erano rimasti invece gli abitanti di Gerosa e di Sedrina. I primi chiesero e ottennero di essere separati dalla Val Brembilla come comunità autonoma aggregata direttamente alla città di Bergamo. I secondi, nominati dalla Serenissima “fideles nostri”ebbero diversi privilegi. Gli abitanti di Almenno Inferiore, che erano stati solidali con i brembillesi, furono puniti con la confisca dei beni, acquistati poi da quelli di Almenno Superiore per undicimila scudi d’oro.

La cacciata dei Brembillesi “suis sedibus expulsi et bonus spoliati” dimostrava che la Repubblica agiva con determinazione quando si trattava di mantenere la sicurezza interna. Molto probabilmente diede il colpo di grazia alle ultime speranze dei ghibellini.

Sappiamo che il conflitto fra Milano e Venezia durò altri dieci anni coinvolgendo anche diversi potentati italiani, ma la nostra città ne fu solo indirettamente toccata, più che altro perché gravata dai contributi che la Repubblica richiedeva per le spese di guerra.

Cosa resta nella Val Brembilla a ricordare quei tempi di lotte fratricide? Sulla sommità del Monte Ubione, sui resti dell’antico castello dal quale la potentissima famiglia Carminati terrorizzava i guelfi dei paesi vicini, svetta ora una croce collocata nel 1972. Accanto è un edificio adibito a rifugio per gli escursionisti.

A Laxolo in contrada Torre, situata in posizione dominante con ampia veduta su tutta la valle, una struttura composta di diversi edifici mantiene in gran parte un impianto murario rustico cinquecentesco. Si tratta di quella Casa Eminente di cui ci parla il Belotti, magari parzialmente distrutta e poi ricostruita?

Sicuramente la collocazione la rendeva particolarmente funzionale ad attività di avvistamento e di comunicazione. Segnaliamo che nello stesso borgo molti edifici presentano caratteri analoghi, talora con murature ancora integre. In particolare su due ingressi si trovano le date 1523 e 1612. Edifici tornati alla vita dopo la scadenza della prescrizione veneziana? Credo che un’indagine più attenta potrebbe trovare nella valle altre tracce degli antichi trascorsi.

Il castello di Clanezzo non conserva più nulla dell’antica fortificazione turrita dalla quale il crudele Unguerrado Dalmasano seminava il terrore. Niente più fa pensare agli scontri feroci nel corso dei quali, si racconta, venivano usate come armi anche le vipere locali introdotte di soppiatto nel campo nemico.

Passato successivamente in proprietà a famiglie diverse, più volte ristrutturato, oggi appare come un accogliente edificio adibito a ristorante. Non sappiamo se conservi nei sotterranei resti del vecchio maniero, ai quali potrebbero condurre certi passaggi ora murati presenti nel pendio sottostante. Alcune costruzioni a pianta circolare potrebbero essere state torrette di guardia. Nel bosco lungo la riva sinistra dell’Imagna erano visibili fino a poco tempo fa i resti delle prigioni del castello. Li documenta una fotografia pubblicata da Bortolo Belotti.

Completamente in rovina il maglio del ferro che qualcuno fa risalire al XV secolo. Se effettivamente fu struttura quattrocentesca, ciò significa che Venezia radendo al suolo le case, si guardò bene dal distruggere quelle attività produttive di cui essa stessa aveva bisogno. E si guardò bene anche dal distruggere il bellissimo ponte in pietra detto di Attone che traversa il torrente Imagna. Ad arcata unica, risale al X secolo e costituì per molti secoli l’unica via di accesso alla valle, collegando Clanezzo con Almenno San Salvatore.

Interessante il fatto che lungo la riva del fiume era un “porto”. A cosa serviva? Dobbiamo anzitutto tener presente che in epoca recente la portata d’acqua del Brembo ha subito alterazioni a seguito della costruzione di impianti idroelettrici. Il letto del fiume era allora più profondo e forse a partire da Clanezzo almeno parzialmente navigabile in certe condizioni. Vedremo in puntate successive come i progetti di renderlo navigabile o di canalizzarne le acque per collegarlo con il Po furono più volte riproposti dal consiglio cittadino e non ebbero realizzazione solo per motivi contingenti.

Realizzato invece un servizio di traghetto tra le due sponde del Brembo gestito da un portolano e atto a trasportare persone e merci. Documentato a partire dal Seicento, poteva essere anche più antico, in quanto necessario a sopperire alla mancanza di un collegamento viario diretto sulla sponda destra del fiume. Oggi il traghetto è sostituito dal ponte sorretto da funi, ardita opera di ingegneria ottocentesca. A ricordo rimane a qualche distanza dell’antico attracco un piccolo complesso di possibile origine medioevale formato dalla sede del “porto”, che nel Settecento ospitava pure un’osteria con alloggio e un ufficio postale, e dalla robusta torre a pianta quadrata della Dogana, posto di controllo per il pagamento della gabella sui dazi delle merci che transitavano.

La posizione veramente straordinaria sotto l’aspetto orografico ed idrografico, la bellezza del sito impervio e accogliente insieme, la suggestione di rimandi storici ancor oggi avvertibili fanno di Clanezzo una affascinante meta di passeggiate a pochi chilometri da Bergamo. Forse oggi non adeguatamente valorizzata e neppure adeguatamente segnalata.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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