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Bergamo, caso sospetto di Ebola. Ma è un falso allarme

Di Redazione13 Ottobre 2014 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo

Ricoverato al Papa Giovanni un 34enne albanese, rientrato nei giorni scorsi dalla Nigeria

Bergamo, caso sospetto di Ebola. Ma è un falso allarme
Medici con indosso le tute contro il virus Ebola

BERGAMO — Si è temuto il peggio sabato pomeriggio, ma per fortuna il sospetto caso di Ebola avvenuto a Bergamo si è rivelato un falso allarme.

Un uomo di 34 anni, di origine albanese, e tornato nei giorni scorsi in Italia dalla Nigeria, si è presentato al pronto soccorso della clinica Gavazzeni accusando quelli che sembravano i sintomi del terribile virus.

Il paziente aveva febbre alta e problemi intestinali. Ovvero rientrava nella casistica indicata dal ministero della Salute: tempo di incubazione medio 7-10 giorni. Sintomi più comuni: febbre, mal di testa, dolori articolari e muscolari, debolezza, diarrea, vomito, mal di stomaco e inappetenza. Mentre alcuni pazienti possono inoltre manifestare: rash cutaneo, occhi rossi e congiuntivite, singhiozzo, tosse, mal di gola, dolore toracico, perdita di peso, difficoltà di respirazione, difficoltà di deglutizione, sanguinamento all’interno e all’esterno del corpo.

In più, il soggetto arrivava da un paese a rischio. L’uomo ha raccontato di essersi sentito male mentre si trovava sabato pomeriggio a casa del fratello che abita in provincia di Bergamo.

Subito sono scattati i protocolli di sicurezza. Il paziente è stato messo in isolamento, mentre gli operatori sanitari indossavano le speciali tute protettive. Quindi si è provveduto al trasferimento all’ospedale Papa Giovanni di Bergamo.

Le misure raccomandate per evitare il contagio del personale sanitario sono state strettissime. In linea con quanto stabilito dal ministero della Salute è stato adottato un protocollo rigidissimo che impone di indossare secondo la sequenza indicata: camice impermeabile, mascherina chirurgica idrorepellente, protezione per gli occhi (occhiali a maschera o schermo facciale), guanti. E ancora: “Qualora si effettuino delle attività clinico assistenziali con un elevato rischio di contaminazione (es. paziente con diarrea, vomito, sanguinamenti e/o in ambiente contaminato in modo significativo) è opportuno utilizzare il doppio paio di guanti, il copricapo e i calzari”.

Il virus rimane infettivo per 1-2 giorni al di fuori del corpo umano. Particolare attenzione deve essere fatta alla rimozione degli indumenti utilizzati per proteggersi, perché il virus non venga in contatto con la pelle, come pare sia accaduto negli Stati Uniti all’infermiere che ha assistito il primo paziente sul suolo americano.

E così all’ospedale Papa Giovanni di Bergamo, i medici, bardati di tutto punto, hanno preso in consegna il 34enne sottoponendolo agli esami necessari alla verifica del virus. E per fortuna, le analisi hanno dato esito negativo.

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