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Storia

Bergamo scomparsa: la chiesa di Sant’Agostino

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Bergamo scomparsa: la chiesa di Sant’Agostino
Le lapidi sepolcrali sullo scalone di Palazzo della Ragione

Abbiamo chiuso l’incontro precedente sottolineando l’entità del contributo dato dalle famiglie cittadine all’ampliamento e all’abbellimento della sede conventuale.

Già nel primo Trecento arrivavano a pioggia le donazioni accompagnate dalla richiesta di sepoltura e dalla committenza di affreschi, alcuni dei quali ancora parzialmente visibili.

Ma fu soprattutto dopo l’incendio del 1403 e l’introduzione della Congregazione dell’Osservanza che la generosità delle famiglie favorì le opere di ristrutturazione. Alla fine del XV secolo il convento contava settanta stanze, alcune delle quali molto grandi, così che fu spesso scelto come sede dei Capitoli generali della Congregazione di Lombardia. Vi potevano essere ospitati comodamente quaranta frati. Sembra che vi abbia soggiornato anche il giovane agostiniano Martin Lutero di ritorno da un viaggio a Roma.

Sappiamo che l’incendio del 1403 non aveva intaccato le strutture della chiesa che era rimasta quella trecentesca. A chi entrava dall’ingresso principale essa appariva di grande impatto visivo, la grande aula unica affrescata e illuminata dalla luce multicolore che penetrava dalle vetrate delle finestre strette e allungate. Ai lati si aggiunsero nel corso del tempo molte cappelle, commissionate da laici.

La navata era interrotta da una struttura muraria, nei documenti inconsuetamente detta “poggiolo”, che divideva lo spazio dei fedeli da quello dei frati, sicuramente simile a quello che già abbiamo visto nella Cattedrale di San Vincenzo e nella Basilica Alessandrina. Vi si appoggiavano dalla parte dei fedeli quattro altari probabilmente protetti da una struttura porticata.

A chi poteva spingere lo sguardo oltre il “poggiolo” verso l’altare maggiore appariva in tutta la sua maestosità “la machina…per oro, ornamenti e intagli una delle più vaghe che nell’antichità risplendessero” come racconta Padre Donato Calvi. Era un polittico quattrocentesco composto a quanto sappiamo da opere di scultura “colorite” e dorate, tanto grande da occupare un terzo del coro. Forse la predella era formata da tavole dipinte che Francesco Rossi identifica con due opere conservate all’Accademia Carrara ed attribuite ad un cosiddetto maestro del 1458.

Assolutamente straordinario era il soffitto. Esempio forse unico nella pittura del tempo, era costituito da tavelloni di laterizio decorati con i soggetti iconografici più diversi. In totale 1632 figurazioni in una composizione talmente irregolare che appare impossibile individuare quale criterio iconografico abbia suggerito gli accostamenti. La qualità dei dipinti lascia supporre un’esecuzione artigianale, priva di raffinatezze. Risulta evidente che la committenza era soprattutto interessata ai concetti espressi dall’iconografia che non all’aspetto stilistico. E l’insieme iconografico era sconcertante.

Accanto a santi, profeti, angeli musicanti, strumenti della Passione erano immagini inattese di contenuto profano, oggetti di uso quotidiano e soprattutto animali. Possiamo immaginare che il significato allegorico, sicuramente voluto dai dottissimi frati e oggi per noi incomprensibile, fosse maggiormente accessibile ai fedeli di allora più di noi adusi alle simbologie.

In altri settori figure di monaci, che possiamo supporre siano dei veri e propri ritratti, si accompagnavano a uomini illustri dell’antichità, eroi, imperatori, condottieri, Papi forse a sottolineare la conciliazione tra la fede cristiana e l’antichità classica secondo i principi di quella cultura umanistica e neo platonica che anche gli Agostiniani propugnavano. E ancora immagini di gente comune con abbigliamento contemporaneo e di diversa estrazione sociale come a rappresentare un percorso molto ampio della vita umana presente e passata.

Tanta ricchezza di ornamenti era resa possibile dalle elargizioni dei fedeli. Numerosissimi i legati testamentari che consistevano magari in somme modeste in quanto il testatore divideva i propri lasciti fra diversi enti religiosi. Molto consistenti invece le donazioni delle famiglie che avevano scelto la chiesa e altri ambienti del convento come luogo delle proprie sepolture.

Così i committenti delle cappelle che, come abbiamo visto, si aprivano ai lati della navata. Gian Mario Petrò ne ha attentamente indagato la fisionomia attraverso i documenti relativi ai vari momenti della costruzione.

Poche, sottolinea lo studioso, le famiglie nobili “sempre a corto di denaro”, molte invece le famiglie di mercanti provenienti dalle valli e di recente inurbazione. Così accanto ai conti Calepio, cui il dominio veneziano aveva assegnato in “feudo” l’intera valle omonima, troviamo menzione dei Bonelli, dei Negro Roncalli di Valle Imagna, dei Carrara da Serina, degli Zonca, dei Busi da San Pellegrino, dei Rota da Rota Imagna, dei Morandi, tutti arricchitisi con il commercio fiorente dei panni lana.

Tutti abitanti nelle vicinie di San Michele al pozzo bianco o di Sant’Alessandro della Croce, quindi molto vicini al convento. Così i Passi, i Comenduno, i Vertova, ricchi esponenti dell’aristocrazia terriera, uomini d’armi e di legge, ma anch’essi occasionalmente dediti alla mercatura.

Anche il pavimento della chiesa appariva completamente rivestito di lastre sepolcrali, alcune delle quali sono oggi conservate lungo lo scalone del Palazzo della Ragione. Particolarmente suggestivi dovevano essere i momenti dei solenni uffici funebri o delle commemorazioni, quando la grande chiesa appariva illuminata dalle candele poste sulle pietre tombali.

La comunità agostiniana continuò con impegno la propria attività religiosa e culturale fino alla soppressione avvenuta nel 1797. Fra gli studiosi degli ultimi secoli ricordiamo Padre Donato Calvi, autore di “un’Effemeride sagro profana di quanto di memorabile sia successo in Bergamo” edito nel 1676.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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