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Storia

Bergamo scomparsa: l’arrivo dell’inquisizione

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Bergamo scomparsa: l’arrivo dell’inquisizione
L'arrivo dell'inquisizione a Bergamo

Abbiamo visto nell’ultimo incontro come lo statuto della Misericordia Maggiore redatto dal domenicano Pinamonte da Brembate citasse come finalità la sconfitta dell’eresia.

La difesa del dogma e la lotta all’eresia furono in realtà i cardini dell’attività domenicana. Nel 1229 Bergamo era stata colpita dall’interdetto papale e le sue chiese dalla scomunica. Il Comune da tempo rifiutava ostinatamente di inserire nei propri statuti le norme antiereticali promulgate dalla Santa Sede nel quarto Concilio Lateranense e accettate dalle costituzioni imperiali del 1220. Aveva anzi dato ospitalità nel 1218 ad una importante assemblea di Valdesi e asilo a eretici perseguiti.

In realtà allo stato attuale degli studi la città non sembra essere stata centro importante d’eresia, il governo solo tollerante o indifferente ai problemi della devianza religiosa. Motivo vero del contendere con la Santa Sede era soprattutto il rifiuto del clero a pagare le tasse comunali in nome di una pretesa “libertà religiosa”.

Nell’intento di risolvere il problema e riportare all’obbedienza i bergamaschi riottosi nel 1251 Papa Innocenzo IV favorì l’elezione alla cattedra vescovile cittadina del domenicano bergamasco Algisio da Rosciate e successivamente di Erbordo, ungherese, ma di fatto cresciuto nel convento di Santo Stefano.

Sotto il loro vescovato l’attività antiereticale fu intensificata. Nel 1253 veniva fondata una “Societas militiae sancta e Crucis”, una confraternita laica che si proponeva di coadiuvare l’inquisizione e riportare i cittadini devianti alla fede cattolica. Ispiratore ed estensore dello statuto era stato ancora una volta Pinamonte da Brembate, in quel momento priore del convento domenicano.

Lo stesso frate aveva redatto una “Vita di Santa Grata”, rinnovando insieme al francescano Branca da Gandino, autore delle storie leggendarie di altri quattro martiri bergamaschi, il fervore della religiosità cittadina. Il ritrovamento di alcune presunte reliquie, opportunamente celebrate attraverso solenni cerimonie, aveva visto il concorso di moltitudini di fedeli. La predicazione, la confessione, divenuta obbligatoria con il quarto concilio lateranense, la mobilitazione dei fedeli attraverso l’organizzazione di grandi processioni furono i mezzi che modificarono il clima religioso e sconfissero la resistenza delle autorità comunali.

Nel 1267 gli statuti bergamaschi si adeguavano alla legislazione canonica antiereticale e alla prassi ormai consolidata che comprendeva la pena del fuoco e l’intervento degli inquisitori. I libri dei conti della Misericordia Maggiore, in cui era versata la terza parte delle multe che colpivano gli eretici, attestano un numero limitato di condanne, anche se, come sostiene Menant, “le sentenze più gravi delle multe possono essere sfuggite”.

Nel 1315 è documentata la residenza permanente di un inquisitore presso il convento di Santo Stefano, nonché l’esistenza nell’edificio di un locale adibito a prigione per gli eretici. L’anno successivo i frati chiedevano la protezione di uomini armati per il loro convento. Si era verificato un tentativo di incendiare la casa dell’inquisitore. Non era la prima volta che l’attività inquisitoriale provocava ostilità nei loro confronti. Già durante il “bellum civile” del 1296 il convento era stato saccheggiato e devastata anche la sede della Misericordia Maggiore.

Il convento, più volte ristrutturato e ampliato continuò ad esistere per altri tre secoli. Dall’alto del colle dominava la città e appariva una specie di fortilizio. Così lo descrisse nel 1483 un dotto viaggiatore veneziano, Marin Sanudo: “Questo al bisogno seria castello fortissimo, licet sia mestier di novo fortificato et bello”. Sarebbe stato distrutto il 10 novembre 1561 per la costruzione delle mura venete.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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