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Storia

Bergamo scomparsa: i primi Comuni rurali

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Bergamo scomparsa: i primi Comuni rurali
La chiesa di San Giorgio ad Almenno

Abbiamo visto nello scorso incontro il fenomeno dell’emancipazione che nei secoli XII e XIII interessò tutto il territorio bergamasco. Una grande ventata di liberazione pagata a caro prezzo attraverso il riscatto svincolava quasi tutti gli abitanti del contado dagli obblighi verso il signore.

Ma i diritti acquisiti necessitavano di un’istituzione che li gestisse. E il modello del Comune cittadino esercitava un grandissimo ascendente. Occorre aggiungere che molte comunità, soprattutto montane, avevano secolare esperienza di un’amministrazione collettiva diretta poiché possedevano in comune terreni, pascoli e boschi, che i signori non erano riusciti a sottrarre loro completamente.

Nacquero così in brevissimo tempo i comuni rurali. Spesso anzi essi cominciarono ad operare come entità autonome anche molto prima di aver riscattato gli oneri signorili. Almenno, ad esempio, già nel 1161 eleggeva delle proprie magistrature (i nomi dei consoli appaiono in una pergamena del Comune di Bergamo), mentre solo dopo il 1216, anno della sua sollevazione contro il vescovo, ottenne la propria emancipazione.

Le istituzioni comunali si affermavano gradualmente e le signorie coesistevano sullo stesso territorio, così come avveniva in città dove potere comunale e potere vescovile furono per un certo periodo di tempo complementari.

La libertà costava cara e il riscatto precipitò spesso i comuni in difficoltà finanziarie da cui fu difficile risollevarsi. Almenno nel 1216 dovette versare la ingente somma di 1500 lire imperiali oltre a una rendita perpetua, che lo costrinse ad un indebitamento senza fine. La rendita perpetua era quasi ineliminabile nella negoziazione del riscatto e costituiva insieme ad un giuramento di fedeltà un legame di sudditanza cui i signori non volevano rinunciare. Essa appare nell’emancipazione della Val di Scalve, già parzialmente autonoma per concessione imperiale, insieme al pagamento di 2400 lire imperiali. Qualche volta i signori riuscirono a mantenere anche una forma di controllo nella elezione delle magistrature, il patrocinio della chiesa o il diritto di utilizzo della fortezza.

I Comuni rurali si organizzarono ovviamente sul modello del comune cittadino con propri consoli, poi sostituiti dal podestà, propri funzionari e soprattutto propri statuti. Il XIIIsimo secolo vide una imponente comparsa di statuti comunali assolutamente insolita nell’Italia del tempo. In qualche caso diversi comuni si dovettero organizzare in associazioni più vaste.

Lo studioso Belotti cita un “commune maior de Honio” che comprendeva Vertova, Semonte, Bondo, Barbata, Colzate, Fiorano, Gazzaniga e Rova, una sorta di confederazione che aveva propri consoli “consules maiores totius concilii de Honio”, distinti dai consoli dei singoli comuni e faceva proprie adunanze. La sua presenza è documentata negli statuti di Vertova redatti in ben duecentonove capitoli tra il 1235 e il 1256.

Una così incisiva trasformazione dell’organizzazione della società rurale non poteva non avere conseguenze sui rapporti tra territorio e centro urbano. Ma il Comune di Bergamo, come vedremo nel prossimo incontro, con un atteggiamento non certo lungimirante si impegnò soprattutto nella salvaguardia degli interessi cittadini a discapito di quelli del contado.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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