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Bergamo

Scompenso cardiaco: 800 ricoveri all’anno a Bergamo

Di Redazione24 marzo 2014 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo

Un fenomeno in crescita: 200 mila casi in tutta Italia. La sindrome uccide in percentuale più di alcuni tumori

Scompenso cardiaco: 800 ricoveri all’anno a Bergamo
Un cardiografo

BERGAMO — Sono circa 800 le persone che ogni anni vengono colpite da scompenso cardiaco acuto a Bergamo e provincia. Improvvisa sensazione di annegamento, rapido aumento di peso dovuto all’accumulo di liquidi in tutto il corpo, battito cardiaco irregolare: sono questi i sintomi più frequenti della patologia.

Si tratta di una sindrome invalidante, per la quale il cuore perde progressivamente la capacità di pompare in modo adeguato il sangue nell’organismo e che può avere conseguenze letali.

Dei pazienti colpiti, il 3-4 per cento non sopravvive al primo episodio, il 20-30 per cento muore nell’arco di un anno, il 70 per cento entro 5 anni. Lo scompenso cardiaco acuto è ancora più aggressivo di alcuni tumori avanzati, infatti, considerando la finestra temporale di 5 anni, ha un tasso di mortalità doppio rispetto alla mortalità dovuta al tumore al seno (35 per cento) ed è superiore a quella causata dal tumore all’intestino (65 per cento).

Un fenomeno in crescita – si tratta della più comune causa di ospedalizzazione per i pazienti con più di 65 anni – che in Italia registra quasi 200 mila casi ogni anno. Oggi, finalmente, dalla ricerca arrivano nuove speranze di cura.

“Lo scompenso cardiaco è una patologia che ha numeri molto alti. In Lombardia dal 2009 al 2011 ci sono stati infatti 62mila ricoveri. Anche presso il nostro ospedale i dati sono preoccupanti con circa 800 ospedalizzazioni all’anno – spiega Michele Senni, direttore della Cardiologia I, scompenso e trapianti di cuore all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo –. I numeri sono purtroppo destinati ad aumentare: in parte a causa dell’aumento dell’età della popolazione, in parte perché, paradossalmente, si sopravvive sempre di più agli infarti, ma al contempo si entra in una situazione cronica di scompenso cardiaco”.

Oltre all’infarto, le più comuni cause che possono condurre a un episodio di scompenso acuto sono aritmia, ipertensione, danno permanente alle valvole cardiache, aterosclerosi, eccesso di alcol. I numeri confermano che si tratta di una patologia che non va sottovalutata. Oltre a un forte impatto sulla qualità di vita del paziente anche gli sforzi economici a carico della famiglia e del Servizio sanitario nazionale non sono affatto indifferenti, se si considera che questi ultimi sono la seconda voce di costo per ricoveri dopo quelli per le gravidanze.

Nonostante la crescente incidenza degli ultimi anni dello scompenso cardiaco acuto, le modalità di trattamento sono rimaste invariate. “Quando il paziente arriva al pronto soccorso in preda a un attacco – spiega Senni – il protocollo base consiste nel ridurre la dispnea e la congestione del corpo attraverso la somministrazione di ossigeno e diuretici. Di fatto, negli ultimi anni non c’è stato alcun miglioramento in termini farmacologici: nel trattamento dello scompenso cardiaco acuto si continuano infatti a usare gli stessi farmaci di trent’anni fa”.

La ricerca tuttavia continua a lavorare per ridurre i sintomi, proteggere gli organi e abbattere le riospedalizzazioni e la mortalità, così come sottolinea Senni: “Nella nostra struttura stiamo studiando la serelaxina, una delle molecole più interessanti dello scenario terapeutico per il trattamento dello scompenso cardiaco acuto. Negli studi già conclusi si è dimostrata capace di produrre miglioramenti sia a livello del cuore sia a livello di altri organi. Se anche gli studi successivi confermeranno questi risultati, serelaxina sarebbe un grande passo avanti per la cura dello scompenso cardiaco acuto, essendo capace di produrre, con un’infusione di soli due giorni, risultati a medio e lungo termine”.

Accanto alle terapie farmacologiche, per fermare la crescente incidenza dello scompenso cardiaco acuto, un ruolo importante è giocato dalla prevenzione. “Il rispetto della terapia farmacologica, una dieta equilibrata con l’assunzione di pochi liquidi e il controllo del peso sono cruciali, soprattutto per quei pazienti considerati a rischio”, conclude Senni.

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