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Storia

Bergamo scomparsa: com’era la Basilica Alessandrina

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Bergamo scomparsa: com’era la Basilica Alessandrina
La Basilica Alessandrina

Abbiamo concluso la puntata precedente con la menzione dello spaventoso assalto che nell’anno 897 distrusse parte della città e in particolare la Basilica Alessandrina.

Già in epoca precedente la residenza vescovile si era spostata nel sito in cui attualmente si trova. Rimanevano nella cittadella alessandrina i canonici di Sant’Alessandro, che abbiamo già visto in continuo conflitto, spesso anche armato, con i canonici di San Vincenzo. Nel 975 erano diciotto. Il numero variò nel tempo. La loro permanenza durò fino al momento della distruzione del complesso basilicale nel corso dell’edificazione delle mura venete. In tale occasione si procedette all’accorpamento delle due Canoniche.

Fin dalle origini la Basilica Alessandrina era stata oggetto di grande devozione da parte della popolazione. Secondo lo studioso Belotti è presumibile, ma non accertato, che l’immagine presente sul verso delle monete coniate dalla zecca di Bergamo nel XIII secolo la raffigurasse. Un emblema, quindi, della città intera.

Ma quale era il suo aspetto? Un portico slanciato a tre arcate, un loggiato, un fastigio appena visibile sul quale si apriva un oculo a dar luce all’interno. Sul lato settentrionale una torre campanaria poco più alta dell’edificio. Così la raffigurava Jacopino de’ Scipioni in un dipinto del 1526 ora nella chiesa di San Pancrazio, ma allora sicuramente all’interno della Basilica stessa. Così Fabio Ronzelli in un dipinto del 1623, ora nella chiesa di Sant’Alessandro della Croce.

La stessa immagine ci appare in un foglio a stampa cinquecentesco che ci mostra ai lati del portale maggiore le due statue di Adamo ed Eva e nell’arcata superiore la statua di Sant’Alessandro a cavallo.

Splendido appariva l’interno ad un viaggiatore del 1536, Prè Zuanne di San Foca. Le colonne erano “belissime de diversi colori che valeno un pozo d’oro”. E sulle pareti dovevano essere raffigurati momenti della vita e della Passione del Santo, sicuramente ad affresco visto che nessuno di essi ci è pervenuto.

Ma il sacro edificio non potè sfuggire alla demolizione per la costruzione delle mura venete. Vane furono le suppliche al Senato della Serenissima e le processioni per impetrare la protezione divina. Domenica 10 settembre 1561 fu celebrata l’ultima Messa.

Le operazioni di smantellamento erano già iniziate. Mentre ferveva il lavoro per mettere in salvo organi e campane, paramenti sacri e oggetti liturgici, ma soprattutto le sacre reliquie, il canonico Giovanni Antonio Guarneri redigeva su incarico del vescovo una precisa descrizione dell’edificio a memoria dei posteri.

Era una chiesa a pianta longitudinale divisa in tre navate. Un muro, probabilmente simile all’iconostasi che abbiamo esaminato nella cattedrale di San Vincenzo, separava le navate laterali dalla zona presbiteriale cui si accedeva attraverso quattro gradini dalla navata centrale. Dietro l’altar maggiore era la cattedra del vescovo, intorno i seggi dei canonici residenti. Una cripta, cui si accedeva attraverso due scale di quindici gradini, conservava i tre altari di Sant’Alessandro al centro, San Narno e San Viatore ai lati, sicuramente posti sopra le rispettive arche.

“La giesa de S. Alixandro, dove è il corpo suo e anchora fanno che quello sia il primo domo di Bergamo et certo è da credere perché la ditta giesa è molto vechia et antiqua”, concludeva ammirato il viaggiatore cinquecentesco.

Oggi rimane la presunta arca sepolcrale del Santo. Monolitica, decorata con essenziali figure di colonnine ed archi, riporta sulla parete esterna un’iscrizione secentesca che la identifica come il primo sepolcro del martire. Nella chiesa di Sant’Alessandro della Croce in Borgo Pignolo essa sostiene la mensa dell’altare. Suggestiva rievocazione dell’altare della chiesa primitiva, sul quale per un millennio generazioni di bergamaschi hanno pregato. Ed ancora possono pregare.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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