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Giappone, lo stallo delle riforme pesa sull’economia

Di Fabio Invernici7 marzo 2014 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Giappone, lo stallo delle riforme pesa sull’economia
La torre Sky Tree di Tokio

Quello giapponese è stato un piccolo miracolo economico: le ormai ben note frecce dell’Abenomics hanno fortemente stimolato l’economia, che è riuscita a crescere in modo sostenuto fino all’1.8% previsto per il 2013, nonostante la perdita di momentum nella seconda metà dell’anno.

Come anticipato, il 2014 sarà segnato dall’aumento della pressione fiscale, che ad aprile salirà dal 5% all’8%: si stima infatti che gli effetti della manovra potrebbero portare la crescita del PIL all’1.3%.

È possibile che proprio allora la BoJ risponda rendendo ancora più accomodante il proprio indirizzo di politica monetaria, come già il governatore dell’istituto, Haruhiko Kuroda, aveva anticipato a fine novembre. È rimasta invece ancora in fase di stallo è la “terza freccia” della politica economica giapponese, quella delle riforme.

La fase di stallo appare solo temporanea e se il governo dovesse ricominciare a insistere su questo punto potrebbe fornire un notevole supporto alla domanda interna, sostenendo l’attuale sentiero di crescita fino al 2020 (anno in cui si terranno le Olimpiadi di Tokyo), determinando la più lunga fase di espansione del Dopoguerra.

Analizzando i prezzi, si nota come l’inflazione core abbia sorpreso positivamente raggiungendo a novembre l’1.2% rispetto all’anno precedente, inaugurando un trend positivo che punterebbe a superare stabilmente l’1.0% per il 2014 (al netto dell’aumento delle tasse sulle vendite).

I principali driver che hanno permesso questa dinamica rialzista sono stati due: l’energia e un miglioramento nelle altre componenti. Per quanto riguarda l’energia, l’aumento dei prezzi del settore è stato guidato principalmente dal deprezzamento dello Yen rispetto al dollaro: posto però che è probabile un rallentamento nel tasso di deprezzamento del cambio nel 2014, è possibile che gli effetti di questo segmento sul CPI diminuiscano.

In merito alle altre componenti core, invece, è possibile che queste ultime continuino a spingere i prezzi verso l’alto, sebbene in modo modesto. Il principale fautore di questo andamento è stato (e sarà) l’output gap negativo, che l’inflazione tende a seguire con un lag di tre/sei mesi. Questa componente da sola, tuttavia, non è sufficiente: negli ultimi anni la curva di Phillips è traslata verso il basso, appiattendosi.

L’aggiustamento passa anche dalle aspettative di inflazione del settore privato che, come risulta da sondaggi recenti della BoJ, risultano estremamente basse per le famiglie (1%) ed eccessivamente elevate per le imprese.

 

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