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Storia

Bergamo scomparsa: quando popolo e nobiltà erano indivisibili

Il povero e il ricco legati figurativamente dallo sforzo di sorreggere il Comune

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Bergamo scomparsa: quando popolo e nobiltà erano indivisibili
Le oche rappresentano la fedeltà fra popolo e nobiltà che sorregge il Comune

Nell’ultimo incontro abbiamo esaminato le sculture sui capitelli posti nell’angolo sud orientale del Palazzo della Ragione, nell’area in cui sappiamo si attuava la comunicazione tra autorità e popolazione.

Proprio la destinazione del sito permette, come afferma la studiosa Buonincontri, di ritrovare il significato delle figure scolpite sul primo pilastro della fronte sud, purtroppo oggi lacunose e nascoste, ma allora esibite con tutta evidenza ai “cives” adunati in assemblea.

Un personaggio alato, il capo cinto da una corona, mostra un cartiglio che srotola tra le mani e rivolge uno sguardo intenso allo spettatore. Non è un angelo, non annuncia una verità divina, ma proclama la legge degli uomini, quella legge nella quale il Comune trova il suo fondamento.

L’utilizzo della figura alata unisce elementi culturali dell’antichità (la Fama nella cultura classica era raffigurata con le ali) e elementi della cultura cristiana, attribuendo alla legislazione comunale una legittimazione storica ed una sacralità religiosa. Due falchi ed un’aquila completano la scena. Noti i primi per l’acutezza della vista e quindi simbolo della perspicacia del legislatore, la seconda, non del tutto riconoscibile anche per una certa goffaggine dell’esecuzione, tradizionale allegoria del potere.

L’originale iconografia, sicuramente ideata come le altre dal colto gruppo dirigente cittadino, raffigurava l’allegoria della legge orale. Oralmente la popolazione con il voto legittimava delibere e sentenze e su tale legittimazione orale si fondava la sovranità del Comune.

Sottolinea Francesca Buonincontri che le figure dei tre capitelli costituiscono il più antico esempio di scultura civile dei palazzi pubblici lombardi.

La tematica allegorica di argomento civico continua sugli altri capitelli. Sul quarto pilastro del fronte meridionale fra motivi vegetali di foglie e di fiori si affacciano sugli spigoli testine coronate, del tutto simili alle teste coronate dei magistrati sul pilastro vicino e con ogni probabilità allusive al potere che la città cominciava in quell’epoca ad esercitare sul contado.

Sul secondo pilastro del lato ovest, due oche incrociano il lungo collo formando un nodo. Ai lati due telamoni, uno nudo e uno vestito, reggono sulle spalle la cornice aggettante del capitello. Sono l’uomo povero e l’uomo ricco, il popolo e la nobiltà, legati figurativamente fra loro dal comune sforzo di sorreggere l’edificio, nella realtà impegnati entrambi a sostenere l’istituto politico cittadino. La loro intesa doveva essere costante come il connubio delle oche, proverbiali per la fedeltà di coppia, e vigilante come le oche stesse, divenute simbolo di sorveglianza dopo aver dato l’allarme sul Campidoglio.

Il motivo dei due telamoni ritorna nella faccia contigua, ormai in stato di avanzata consunzione. I due telamoni di profilo, inginocchiati sorreggono a braccia alzate il la cornice superiore del capitello. Accanto a loro elementi animali e vegetali non sono più leggibili.

Interessante rilevare come nel corredo plastico del palazzo manchino sia una statuaria di tipo celebrativo, presente ad esempio a Milano e a Mantova, sia un apparato di tipo esclusivamente decorativo. Nel suggestivo richiamarsi delle immagini di un programma interamente laico, i capitelli bergamaschi fissano nella pietra arenaria gli impegni dei “cives”, nobili e popolani, la cui obbedienza era condizione necessaria al mantenimento e al consolidamento della nuova istituzione. Impegni purtroppo sempre più spesso disattesi.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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