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Storia

Bergamo scomparsa: il significato dei simboli

Sulle colonne del Palazzo della Ragione i cardini della nuova istituzione comunale

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Bergamo scomparsa: il significato dei simboli
Pilastro del lato sud

Nell’ultimo incontro abbiamo lasciato i “cives” bergamaschi riuniti in assemblea nella “platea parva” davanti al regio comunale posto nell’angolo sud orientale dell’edificio. Le figure scolpite sui capitelli del palazzo erano loro di esortazione e ammonimento. Dobbiamo all’intelligente lavoro di Francesca Buonincontri il merito di averne riscoperto i significati simbolici, dandoci la possibilità di comprenderne il messaggio.

Sul terzo pilastro da sinistra figure maschili con tunica al polpaccio sono affiancate l’una all’altra. Le mani non si stringono, ma sono avvicinate a toccarsi, gli occhi sono fissi al riguardante, le braccia formano una linea serpeggiante senza soluzione di continuità. Una catena che simbolicamente sorregge il palazzo e ne assicura la difesa.

Sono i “cives”. Uno di loro, sicuramente il podestà, tiene fra le mani le chiavi della città, un altro accanto a lui regge lo stemma cittadino, purtroppo molto abraso e solo ipoteticamente riconoscibile, altri due hanno la testa coronata ad indicare le autorità che cooperavano con il potere podestarile e all’occasione lo sostituivano.

I tre magistrati, posti sugli spigoli interni, erano i cardini, “le pietre angolari” che assicuravano l’operatività della nuova istituzione comunale. In origine i “cives” raffigurati erano trentatre, oggi in parte mutilati o scomparsi.

L’abbigliamento identico evidenziava la comune condizione. Il solo elemento di distinzione era costituito dalle righe incise sulle tuniche, alcune oblique, altre orizzontali o verticali. La Buonincontri ipotizza che richiamassero in qualche modo l’appartenenza alle diverse vicinie.

Il capitello era un’esortazione fortissima alla “concordia civium”, traduceva in pietra quel juramentum sequimenti che abbiamo visto come elemento fondante della legislazione comunale, talmente necessario che una volta al mese “ad tollam sonatam” era d’obbligo ricordarlo in una pubblica lettura in ogni vicinia.

Accanto alla “concordia civium” tanto spesso disattesa, gli ammonimenti e le minacce di punizioni a chi la metteva in pericolo. Sullo spigolo interno del capitello simmetrico al precedente fra elementi vegetali di carattere decorativo una figura maschile tiene fra le mani un libro aperto, sicuramente il Bos, il registro che abbiamo già esaminato e che conteneva i nomi dei colpevoli colpiti dal bando. E il bando era la pena più frequentemente comminata a coloro che in qualche modo rompevano la pace cittadina.

Il Bos era conservato in tre copie, una nello “scrineo” della “camera pincta”, una presso il Podestà, un’altra presso il notaio comunale. La sentenza di condanna veniva decisa dai giudici nella sala superiore del Palazzo. All’interno, sopra la prima arcata del fronte meridionale è ancora ravvisabile una porta con parapetto, all’esterno oggi nascosta dal pronao del Duomo.

Di qui, accanto al gonfalone della città, si affacciava una delle autorità a proclamare la condanna. Il pilastro corrispondente nel piano inferiore evidenziava la legittimità della pena.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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