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Storia

Bergamo scomparsa: com’era Palazzo della Ragione

Era il palatium rappresentativo dell'autorità comunale. Analizziamolo con Andreina Franco Loiri

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Bergamo scomparsa: com’era Palazzo della Ragione
Palazzo della Ragione, a Bergamo Alta

Abbiamo già visto come dallo scontro con il Barbarossa i Comuni acquisissero una nuova identità istituzionale. La già citata pace di Costanza del 1183 dava loro la legittimazione ad un pieno autogoverno. Le città avevano totale autonomia decisionale sia nella politica interna che nei rapporti con gli altri Comuni.

A Bergamo la modesta “casa consulum” non bastava più. La nostra città fu la prima in Lombardia a dotarsi di un nuovo “palatium” rappresentativo dell’autorità comunale. Esso risultava già agibile nel 1198. Negli stessi anni era compiuto quello di Pavia. Tra il 1206 e il 1233 quelli di Cremona, Mantova, Como, Brescia e Milano.

Il “palatium”, oggi noto come Palazzo della Ragione, occupava la stessa area che occupa attualmente ad aveva probabilmente lo stesso volume. Il porticato a pian terreno, ritmato dai piloni che sostenevano le arcate e la soffittatura di legno, era aperto come oggi a sud e a ovest verso piazza del Duomo, allora “platea parva Sancti Vincentii” e come oggi era chiuso a est.
A differenza di oggi era però chiuso anche a nord da un muro continuo. L’attuale Piazza Vecchia infatti allora non esisteva e lo spazio era interamente occupato da edifici di abitazione e da botteghe.

Nei due lati chiusi si aprivano solo due stretti varchi, uno dei quali, oggi serrato da un’inferriata, metteva in comunicazione con le case dei canonici, l’altro permetteva il passaggio verso le abitazioni che si addensavano sulla piazza.

Al piano superiore del palazzo, secondo Gian Mario Petrò, doveva essere un solo grande salone dove trovavano posto “i banchi dei giudici allineati lungo le pareti con un’alta sedia e con gli opportuni ripari in legno, separati da bancali e cassoni per la custodia di carte e documenti”.

Altri studiosi ipotizzano almeno due sale di cui la più ampia utilizzata per la riunione dei consigli. Le scale che la raggiungevano non si trovavano nella collocazione attuale dove sono documentate solamente a partire dalla metà del XV secolo.

L’ingresso originario, un varco archiacuto ora usato come uscita di sicurezza, era collocato a sudest sopra il primo arco del portico e sembra accertato che le scale scendessero verso la “platea parva Sancti Vincentii” in direzione di Santa Maria Maggiore. Costituite da una o due rampe, erano sostenute da due arcate, una “volta magna” e una “volta parva” sotto le quali frequentissimamente rogavano i notai.

Secondo gli studi più recenti, a pian terreno era situata la cosiddetta “camera pincta” che occupava una parte interna del porticato chiudendolo a nord verso quella che è l’attuale Piazza Vecchia. Doveva essere particolarmente sontuosa, sicuramente affrescata e utilizzata nelle occasioni ufficiali. Tanto che nel 1254 vi fu stipulato un accordo monetario alla presenza degli ambasciatori delle città padane contraenti.

Ma soprattutto era la sede in cui venivano conservati i documenti più preziosi. Nello “scrineo comunis” erano contenuti gli statuti e una copia del Bos, il già citato registro dei banditi, probabilmente anche le copie del “juramentum sequimenti” o di altre ordinanze che regolavano la vita del Comune. Nella stanza erano anche le misure di capacità e di peso che servivano ad effettuare i controlli di conformità.

La “camera pincta” era il cuore identitario della città, ne testimoniava l’autonomia,l’autorità, la capacità di forgiare le proprie istituzioni. Sulla scorta di esempi coevi, Francesca Buonincontri immagina fosse affrescata con le insegne delle magistrature o magari “con soggetti di propaganda politica o di vita contemporanea”.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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