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Politica

Rapporto Censis: le Province strutture ideali

Di Redazione2 dicembre 2013 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo

Studio rileva che per governare al meglio il territorio non servono le Regioni ma enti intermedi più vicini ai Comuni

Rapporto Censis: le Province strutture ideali
La Provincia di Bergamo

ROMA — “La dimensione territoriale provinciale rimarrà centrale nei destini del nostro Paese. E questo vale a maggior ragione oggi, nell’attuale fase di crisi economica e finanziaria e di grande difficoltà della società civile”. Lo rileva un rapporto del Censis sulle modalità di governo delle aree vaste.

“Nella gran parte delle province italiane si registra una capillare distribuzione sul territorio di popolazione, imprese e servizi, cui corrisponde una complessa trama di relazioni. Si pone dunque con forza l’esigenza di mantenere e rafforzare un governo di area vasta unitario e coerente. Dalla ricerca emerge che questa è un’esigenza diffusa, assolutamente non limitabile ai territori delle province oggi destinate a tramutarsi in città metropolitane”, spiega lo studio.

La ricerca del Censis, dal titolo “Rileggere i territori per dare identità e governo all’area vasta. Dalla mappatura del territorio nazionale una ridefinizione delle funzioni di governo intermedio”, è stata presentata nel corso dell’Assemblea generale delle Province al Teatro Quirino a Roma. Dallo studio emerge, grazie anche a un abbondante ricorso a dati territoriali e a nuovi indicatori socio-economici, che le stesse ragioni che sostengono la costituzione del nuovo ente «città metropolitana» valgono per la gran parte dei territori delle attuali province italiane. Province oggi governate da enti che si vogliono invece abolire o privare di reali funzioni di governo. Ma tali funzioni di governo non possono essere frammentate, distribuite in capo ai Comuni che di volta in volta dovrebbero trovare un accordo per gestire servizi o reclamare politiche.

Il caso più emblematico è quello delle scuole superiori. Se la loro gestione passasse ai Comuni, oltre a una riduzione delle economie di scala nel campo della manutenzione, si presenterebbero sicuramente altri problemi. Solamente il 18,3 per cento dei Comuni italiani ha sul proprio territorio almeno una delle 7.036 scuole superiori (ubicate in circa 5.000 edifici scolastici). Trasferendo le competenze ai Comuni si determinerebbe una moltiplicazione dei soggetti di gestione: da 107 Province che si occupano degli edifici ospitanti le scuole superiori (in media, 65 scuole per Provincia) si passerebbe a 1.484 Comuni che intervengono nella gestione di 4,7 scuole in media ciascuno, dovendo trovare l’accordo e ripartire gli oneri con una media di 9,8 Comuni. In definitiva, oggi un ente – la Provincia – gestisce 65 istituti superiori, con tutte le economie di scala connesse e la possibilità di realizzare una programmazione formativa. Domani – senza le Province – i Comuni sede di istituti superiori si troveranno a gestire in media solo 5 scuole e dovranno condividere scelte e costi con il loro bacino d’utenza in media di 10 altri Comuni. Nella sola Provincia di Napoli, ad esempio, la parcellizzazione porterebbe a un reclutamento gestionale di ben 69 diversi enti.

Per gestire i servizi a livello di area vasta serve una lettura complessiva e unitaria delle vicende socio-economiche e insediative del territorio. Le attuali circoscrizioni provinciali auto-contengono all’interno dei propri perimetri tutti i principali processi socio-economici di area vasta. Gli enti che le governano sono dunque il livello istituzionale più adeguato per questo scopo.

La ricerca del Censis dimostra che il 75,7 per cento dei 686 Sistemi locali del lavoro italiani, ossia sistemi a forte coerenza e connessione tra residenza e attività lavorativa, si colloca all’interno del perimetro di un’unica provincia. Anche i distretti produttivi del Paese operano su cluster comunali che per la gran parte interessano il territorio di una sola provincia (64,3 per cento) o al massimo di due province (25 per cento). E le eccellenze territoriali del Paese, sia sotto il profilo dell’attività produttiva manifatturiera (il made in Italy) che della capacità di attrarre flussi turistici (i brand di maggiore prestigio), si insediano per la gran parte dentro i confini delle attuali circoscrizioni provinciali (rispettivamente, il 56,3 per cento e il 70,8).

Ma non solo il livello provinciale è quello più adeguato ad assicurare il funzionamento dell’area vasta. L’intervento non può risolversi in una sequenza di meri atti amministrativi pensati da soggetti legittimati a operare in aree differenti da quelle di applicazione. Per comprenderlo basta pensare alla gestione e manutenzione della rete stradale provinciale (pari al 72,3 per cento della rete viaria complessiva). Si tratta di un’attività che non può basarsi su asettici automatismi. L’adeguamento della rete deve seguire lo sviluppo del tessuto insediativo, deve leggere i pesi urbanistici e accompagnare l’evoluzione dei territori produttivi. Deve integrarsi con la domanda di trasporto che viene dalla crescita del pendolarismo per studio o lavoro. Deve valutare l’impatto di questi processi e garantirne l’armonizzazione con le esigenze di tutela ambientale.

Le scelte in capo a tutto ciò non sono neutre. È anche per questo che è bene che la loro titolarità sia affidata a istituzioni elette e controllate dai cittadini che guardano all’intero territorio di destinazione e di ricaduta delle politiche. Scongiurando con ciò una nuova stagione di particolarismi e di interventi meramente settoriali.

Carlo Scotti

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