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Politica

Petralia: Tentorio dia un sogno a Bergamo

Di Redazione27 novembre 2013 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo

Il capogruppo di Forza Italia in consiglio comunale invita il sindaco a ricandidarsi

Petralia: Tentorio dia un sogno a Bergamo
Giuseppe Petralia

BERGAMO — “Per vincere le prossime elezioni dobbiamo dare un sogno a questa città”. E’ molto più che un auspicio, quasi un appello quello di Giuseppe Petralia, capogruppo di Forza Italia al consiglio comunale di Bergamo. L’eloquio elegante, le riflessioni profonde, in questa intervista rilasciata a Bergamosera, il provveditore di Milano mette sul tavolo cuore e ragionamento, in una conversazione ricca di spunti politici, etici o filosofici.

Petralia, come vede l’attuale situazione politica del paese?
Viviamo una situazione veramente paradossale. Ogni persona intellettualmente onesta deve riconoscere che il nostro paese si è giocato la democrazia. Siamo governati da un’oligarchia tecnocratica. E’ avvenuto una specie di colpo di stato strisciante, soft, e siamo passati da una democrazia a una tecnocrazia di tipo presidenziale. Il guaio è che siamo talmente agli opposti speculari che con qualsiasi voto sbagli.

Colpa della legge elettorale?
Il primo problema è la legge elettorale. Il secondo è il fatto che bisogna convincersi, fuori dai tatticismi e dai ragionamenti di bottega divenuti francamente meschini, che c’è un pezzo della Costituzione che va riformato. La seconda parte, quella che riguarda la geometria istituzionale. Senza riformare quella saremo sempre al punto di partenza. Il che significa banalmente che un sindaco ritira la delega a un assessore quando esce dal seminato. Mentre un presidente del consiglio invece non può farlo. Siamo al paradosso.

Paradosso anche per il presidente della Repubblica…
Il presidente della Repubblica stabilisce i ministri, li nomina, li revoca. Non solo: nel nostro caso dà le linee di politica interna, interviene su tutto e indirizza tutto. Credo che a questo punto ognuno di noi debba porsi un quesito: se sia più importante una specie di governabilità tout-court o ristabilire il gioco democratico delle parti.

Vede uno sbilanciamento fra poteri dello Stato?
Un grave colpo alla democrazia lo abbiamo dato quando persone che non seppero tenere la barra dritta in mezzo alla tempesta e badarono a garantirsi il consenso invece di governare, per seguire la piazza non riuscirono a capire che abolire l’immunità parlamentare non voleva dire rendere trasparente e democratico il sistema parlamentare ma significava invece sbilanciare i poteri dello Stato.

Quindi è per il ripristino dell’immunità parlamentare?
Sì, ma non per proteggere i parlamentari quanto per ribilanciare i poteri dello Stato. Occorre una riflessione sulle priorità: la priorità è tornare a uno Stato effettivamente democratico e quindi salvaguardare e garantire la democrazia, oppure salvaguardare la governabilità per un governo che va avanti ad annunci ma è impossibilitato a governare?

C’è un problema di fondo: la crisi incombe e i tempi sono estremamente ristretti…
Le massaie dicono, con molto buon senso e poco senso politico, che più buio di mezzanotte non può fare. Se dovessi fare i conti della serva, cosa può succedere di peggio?

Potrebbero esserci disordini sociali…
D’accordo. Si mantenga in piedi il governo, a patto che si faccia una riflessione seria che non vedo da nessuna parte. Si può stare all’opposizione anche senza far cadere il governo. A una condizione però, vorrei dire a Berlusconi: alla condizione che siano chiare le idealità e il perché stare all’opposizione. Non si può stare all’opposizione sull’Imu. Ci devono essere ragioni ideali e più profonde per una simile scelta.

Ideali politici prima di tutto?
Bisogna che si ritorni alla centralità della politica. Bisogna tornare al paradigma in letteratura: cioè la vita democratica del paese ruota attorno alla dialettica fra i partiti, visti come organizzazioni democratiche, che cercano il consenso, recepiscono le istanze della gente, ne fanno sintesi e le ripropongono in proposte politiche, ovviamente sostenute da idealità.

Che peso ha avuto la mancanza di una cultura politica radicata nel centrodestra?
Ha avuto un peso determinante. Nel centrodestra ci sono uomini validi, belle menti. Ma a un certo punto si sono lasciati trascinare dal sistema e hanno ritenuto che bastasse la tecnica per veicolare messaggi ideali. Non è così. I messaggi ideali vengono prima della tecnica, perché è l’idealità che mi spinge a fare determinate scelte politiche alle quali poi adatto la tecnica.

Giuseppe Petralia

Giuseppe Petralia

Di queste idealità però mi pare che nello statuto di Forza Italia ci sia poco…
C’è una traccia secondo me labile ed è l’assunto di base. Quello che recita: vogliamo fare la rivoluzione liberale. Vuol dire tutto e niente. Lo dico da riformista. Con il passare degli anni ho creduto che un cammino verso una maggiore equità e giustizia sociale potesse avvenire attraverso una serie di riforme sul modello socialdemocratico nordeuropeo. Poi c’è stata tangentopoli. Ho aderito a Forza Italia perché ho ritenuto che fosse il posto di raccolta di tutti i moderati e lì ho sperato si potesse fare sintesi. Gente con alle spalle una forte idealità potesse fare sintesi. Purtroppo non è avvenuto. Il dibattito si è invelenito sulle questioni tattiche.

Ma basta enunciare la rivoluzione liberale per rimettere in piedi l’entusiasmo del ’94?
No, non basta questo enunciato.

Eppure sono bastati tre slogan azzeccati per ribaltare la scorsa campagna elettorale…
Dobbiamo guardare a com’è la nostra società oggi. Eravamo una società divisa per classi. Con il vecchio sistema dei partiti abbiamo vissuto 40 anni di democrazia autentica e il paese è cresciuto molto, abbiamo fatto passi da gigante. Quando tutto questo è crollato siamo trovati di fronte un paese che faceva i conti con la modernità. Abbiamo vissuto la modernizzazione, ovvero gli effetti della modernità: il consumismo sfrenato. Il paese si è trovato, senza un percorso su un piano di avvicinamento culturale alla modernità, a viverne i vantaggi senza avere una modernizzazione tout-court. Siamo diventati alla fine un paese con due sole classi sociali: la classe indistinta dei consumatori lowcost (consumiamo servizi a basso costo spesso di pessima qualità) e quella dei ricchissimi, che rappresenta un terzo della società, nelle mani della quale abbiamo messo il governo di tutto, ma che ci garantisce di vivere in questa classe indistinta a basso costo. Oggi siamo una società che vive di slogan. Basta centrare questi due-tre slogan e alla fine uno vince.

Quali figure potrebbero invertire la tendenza?
Non ci sono più i Moro, i Pertini, i Longo, gli Spadolini. Non ci possono più essere perché ormai viviamo in un indistinto senza storia, senza prima e senza dopo.

Crede sia ineluttabile?
Ho il pessimismo della ragione ma l’ottimismo dell’idealità e del cuore. Credo che le cose possano migliarare. Io credo molto nel rinascimento dell’uomo, ci credo fermissimamente.

Non è che gli italiani le rivoluzioni non le fanno?
Gli italiani hanno un brutto vizio: fanno sempre la rivoluzione con le barricate, le barricate però le fanno sempre con i mobili degli altri. Ma alla fine abbiamo questo espirit italico che ci salva sempre. Solo che oggi non è più tempo, perché viviamo in una situazione di globalizzazione estrema. I problemi grandi hanno bisogno di soluzioni grandi.

Ma abbiamo la classe dirigente giusta per queste scelte?
No. E me me assumo la responsabilità perché anch’io faccio parte del sistema. Non abbiamo una classe dirigente all’altezza dei problemi che dobbiamo affrontare. Una classe dirigente che sia stata selezionata o formata nelle scuole. La riforma della scuola che indusse a risolvere il problema della divisione fra la scuola dell’avviamento e la scuola media fu una civilissima intuizione. Peccato che poi facemmo un’altra cosa: per cercare la scolarizzazione di massa e l’acculturamento di massa anziché elevare il livello lo abbassammo, in maniera che anche uno zoppo potesse diventare campione mondiale di salto in alto. Il risultato è che abbiamo drammaticamente pagato questa scelta.

La scuola è fondamentale per il rilancio del paese?
Oggi ci troviamo con una scuola primaria di buona qualità, una scuola secondaria discreta con punte di eccellenza, e poi c’è nel mezzo una scuola media che è il vero buco nero dell’istruzione italiana. Questo si paga. C’è un rapporto fra il livello medio culturale di un paese e il pil che negli Stati Uniti è dell’11 per cento, in Italia del 2. Il che vuol dire che se noi non eleviamo il livello culturale medio di questo paese siamo destinati a fare una brutta fine. Serve un modello di riferimento preciso, per selezionare e formare la classe dirigente senza lasciare indietro nessuno.

Che ne pensa del casting messo in campo da Forza Italia per cercare giovani da lanciare in politica?
Mortificante. Ridicolo e offensivo per un sacco di gente che ha competenza politica ed esperienza e sa discutere di politica.

A proposito di politica, sabato scorso è nata Forza Italia Bergamo. Con quali obiettivi?
Ho aderito perché credo che Forza Italia possa proporre una rivoluzione culturale. Se si mettono insieme persone intellettualmente e moralmente oneste e cominciano a far passare il primato delle idee e quindi della politica, credo che Forza Italia possa giocare un ruolo importante anche a Bergamo. E’ chiaro che anche qui dobbiamo fare un po’ di rinnovamento e determinate logiche devono sparire.

Come?
Dobbiamo cominciare a valorizzare la gente che ragiona. Dobbiamo fare come un tempo. Secondo lei Moro andava in cerca di consensi? No, c’era un partito che capiva il valore dell’uomo e glieli portava.

E sui rapporti con la Lega?
Siamo alleati ma ci dobbiamo distinguere dalla Lega. Da questo punto di vista qualche errore in passato lo abbiamo fatto. Per ragioni tattiche ma soprattutto perché c’era un po’ di nebbia sul piano delle idealità. Faccio un esempio per tutti: un conto è parlare della moschea per dire se si fa o no: ma è un falso problema. Della moschea si parla se noi di Forza Italia, che siamo liberali, riteniamo che ciascuno debba avere il diritto e la libertà di culto in un posto dignitoso in cui pregare. Questo è il dato di principio che va riaffermato. Poi dove e come fare una moschea lo possiamo discutere. Cimitero per gli islamici: se una bimba che muore deve essere sepolta non è l’intervento del sindaco che la fa seppellire, ma il principio che ciascuno deve trovare degna sepoltura in un paese civile. Il compito della politica è affermare questo principio. Il dove e il come è una questione per i tecnici.

I principi valgono anche per le nuove edificazioni?
La difesa del suolo è un altro principio. Dopodiché ci sta che si possa favorire la vendita di un’area per fare parcheggi all’aeroporto piuttosto che no, ma va racchiuso dentro questo principio perché mi fa chiudere 10mila altri parcheggini controllati magari dal malaffare. Altrimenti il risultato è che abbiamo fatto un favore a qualcuno.

Quali sono stati i momenti migliori e peggiori durante questi anni in consiglio comunale?
Una premessa. Bergamo è una città che amo: ho un debito verso di lei e mi sono candidato per restituirle, con l’impegno in consiglio comunale, quanto mi ha dato. Quando fui eletto, con un buon successo anche grazie a un paio di amici a cui sono riconoscente come Giuseppe Mittiga, fu un momento bellissimo.

Poi?
Poi venne il momento del governo. Avevo alle spalle un’esperienza sindacale e politica di rilievo. Mi trovai a fare il capogruppo anche con il sostegno di alcuni amici: Gianni D’Aloia e altri. Ho cercato di assolvere questo compito, sapendo che la politica è l’arte del possibile e della mediazione dignitosa.

E cosa invece l’ha delusa?
Avremmo dovute essere più determinati e decisi nel marcare quelle che erano le nostre idee, opinioni e idealità all’interno della coalizione. Molto spesso ci siamo riusciti, più con un lavoro di lima sotterraneo che con un lavoro reso evidente. Alla fine la gente non lo ha percepito. Avrei voluto che si facessero molte più cose.

C’era lo spazio per farle?
Se dovessi fare un bilancio oggi, devo dire che Franco Tentorio ha bene amministrato la città. Soprattutto con una grande capacità che sarà un’ingiustizia se non gli verrà riconosciuta: ovvero quella di amministrare in una situazione in cui non c’erano soldi e bisognava tenere comunque in ordine i conti. Riuscendo a ottenere due risultati: non aumentare sostanzialmente le tasse, mantenere ferme le tariffe e garantire i servizi.

L’opposizione lo chiama immobilismo…
Chiaro, Tentorio non ha potuto fare le grandi opere. Non ne ha fatte. Se togli il piazzale della stazione, l’info point col centro di accoglienza, un po’ di manutenzioni, Sant’Agata e quant’altro, grandi opere vere non ne sono state fatte ma non era possibile farle.

Ma l’elettorato vi giudicherà per le grandi opere?
Una volta i sindaci erano ricordati per il buon governo. Oggi più per le cose che si vedono che per quelle che non si vedono. E’ mutata la società. Questa è una società che vive di immagini e di messaggi. Se buchi l’immagine e il messaggio, puoi fare pezzi di paradiso ma nessuno li vede.

Ma Tentorio è il candidato ideale per Forza Italia?
Secondo me, sì. Tant’è vero che sono fra i tanti che lo stanno spingendo fortemente a ricandidarsi. E lo faccio con grande sincerità. Gli riconosco capacità di governo e autorevolezza. Non mi piace per altre cose.

Quali?
Gliele ho dette personalmente. Con le persone con cui lavoro sono molto leale. La linea di condotta è quella della lealtà. Spesso ho picchiato i pugni nel suo ufficio, astenendomi però sempre dal far polemica fuori da lì. Se devo dire qualcosa al sindaco gliela dico con molta franchezza, anche duramente. Ma fuori dal suo ufficio è il mio sindaco.

I rapporti con il resto della giunta?
La forza di questa coalizione è stata tenere fermo il principio che nonostante gli errori la squadra non si cambia, anzi va sostenuta. Va aiutata a far meglio, ma non si cambia.

Ci sono stati momenti difficili. Quelli con Marcello Moro per esempio…
E’ stato un momento difficilissimo. Abbiamo cercato di gestirlo con molta serenità. In quel momento, che fra l’altro era caratterizzato da una sfida fortissima all’interno del partito tra laici e ciellini, noi potevano approfittare per girare il coltello nella piaga. Ebbene, stabilimmo un patto, tra laici, non con i nostri concorrenti. E il patto era: non una parola fuori riga. Io ho difeso Marcello. Io ho telefonato a Marcello subito per manifestargli la mia solidarietà, incurante di eventuali intercettazioni perché di fronte ai principi non c’è nulla che tenga. Sono orgoglioso di aver gestito i rapporti con lealtà e correttezza anche nei confronti di una persona che in quel momento era un avversario sul piano politico.

Che possibilità intravede di vincere le elezioni amministrative?
Sono convinto che possiamo riconquistare Palazzo Frizzoni. Non sarà una passeggiata. Non credo che ce la faremo al primo turno, ma dovremo andare probabilmente al ballottaggio. Ma penso che se la partita verrà giocata in termini giusti si possa vincere. Bisogna andare fra la gente e parlare chiaro, spiegando cosa vogliamo fare, in funzione di quale ideale. Quello che secondo me è mancato è il sogno. Da lì dobbiamo ripartire. Bergamo è una città che può sognare, non vaneggiare. Può sognare una sua posizione diversa in Lombardia, in Europa, perché ha tutte le caratteristiche per poterlo fare.

Cosa serve per arrivarci?
Qualcuno che la sappia far sognare. Poi si scende nella prassi. Ma questo grande ideale, questo grande sogno, questo grande quadro che vogliamo costruire dobbiamo saperlo dipingere, altrimenti torniamo ai tecnocrati. La gente deve poter sognare, deve capire la ragione per cui seguirti. Se alla gente dai degli ideali, è pronta a tutto. Ha bisogno di quel sogno, di quella costruzione ideale che la spinga. Su questo dobbiamo lavorare.

E Tentorio sarà in grado di farlo?
Spingo molto Franco a ricandidarsi e spero che lo faccia, sinceramente. Per due ragioni: la prima è che in questo modo si eliminano tutte le polemiche e si smorzano tutte le aspirazioni: è il sindaco uscente, ha il diritto di ricandidarsi. La seconda è che gli riconosco questa capacità di governo e affidabilità. La cosa che gli chiedo però, è di dare un sogno a Bergamo.

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