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Storia

Bergamo scomparsa: l’epoca del podestà

Garantiva la stabilità fra le fazioni in lotta nella città il protagonista di questa nuova puntata

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Bergamo scomparsa: l’epoca del podestà
Bergamo Alta

Negli anni successivi alle guerre contro il Barbarossa anche a Bergamo, come nelle altre città, i consoli furono sostituiti da un podestà, prima bergamasco, poi forestiero, a garanzia di un governo “super partes” delle fazioni cittadine.

Abbiamo già visto in una puntata precedente come l’istituto podestarile fosse legittimato da un giuramento bilaterale, il cosiddetto “juramentum sequimenti”. I cittadini, riuniti nelle rispettive vicinie, giuravano pubblicamente obbedienza al podestà, il quale rispondeva con un altro impegno giurato obbligandosi ad una gestione corretta nello svolgimento del suo incarico.

Abbiamo notizia di un primo podestà di nomina cittadina nel 1175 e l’istituto risulta esercitato in modo continuativo a partire dall’inizio del XIII secolo con una carica prima annuale, poi semestrale.

Lo studioso Menant conta che, nel giro di un secolo e mezzo, furono 230 i podestà forestieri chiamati a governare Bergamo. Provenivano da città alleate nelle quali nello stesso periodo di tempo 120 furono i bergamaschi nominati ad esercitare lo stesso incarico. Molto meno numerosi dunque e lo studioso deduce dal divario delle cifre una scarsa considerazione della nostra città in ambito lombardo.

Il podestà risiedeva “in hospicio comunis Pergami in quo est turris”, come cita un atto notarile riportato da Gian Mario Petrò, cioè in quel nucleo di costruzioni, già proprietà della consorteria Suardi-Colleoni e poi passate al Comune insieme alla torre divenuta torre civica.

Lo studioso fa presente che il termine “hospicium” indicava allora qualsiasi edificio di una certa ampiezza che ospitasse famiglie insigni o pubblici funzionari. Non solo il podestà aveva qui la sua effettiva abitazione, ma vi erano alloggiati “iudices et milites et alii de famillia ipsius domini potestatis” nonché per un certo periodo gli “armarii et scripturae comunis”, quindi gli archivi e, supponiamo, gli uffici.

L’attivazione di un istituto podestarile “super partes” documenta di per sè una profonda conflittualità. Ne è riprova il testo del “juramentum sequimenti” già da noi esaminato, con la sua dettagliata elencazione di divieti, portare armi, gettare proiettili dalle torri, rompere in qualsiasi modo la pace cittadina.

All’inizio del XIII secolo a Bergamo era ben chiara la antitesi tra la fazione ghibellina filo imperiale guidata dai Suardi e quella guelfa anti imperiale guidata dai Rivola. L’elemento nuovo era rappresentato dalle rivendicazioni popolari. Gli abitanti della città erano cresciuti di numero anche con l’inurbamento di famiglie valligiane che avevano fatto fortuna.

I nuovi ceti sociali, mercanti, artigiani, notai operavano con maggiore presenza nella vita urbana. Il popolo che aveva combattuto con valore contro le forze imperiali e contro Brescia chiedeva il riconoscimento di nuovi diritti.

Sicuramente la già citata disfatta delle Grumore del 1156 con la vergognosa fuga degli “equites” di nobile estrazione e il sacrificio dei “pedites” popolani non potè non avere ripercussioni sul rapporto tra popolazione e ceto dirigente.

Siamo però in accordo con la Storchi Storti nel ritenere che tali considerazioni risultano inadeguate a spiegare l’affermazione popolare al potere, comune in misura diversa a tutte le città di allora. L’esito era in un certo senso connaturato alla struttura e all’origine stessa del Comune. La popolazione che aveva rifiutato il potere imperiale e vescovile non poteva accettare poi passivamente il governo di un ceto dirigente che non la rappresentasse in modo diretto.

Andreina Franco Loiri

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