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Carlo Scotti

Il nostro ministro della (dis)integrazione

Di Carlo Scotti Foglieni5 novembre 2013 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Il nostro ministro della (dis)integrazione
Il ministro Kyenge

Mi è sfuggito da subito il senso della necessità di un ministero dell’integrazione. Vedendo l’azione del nostro ministro congolese poi mi è parso chiaro che nella delega, probabilmente, qualcosa deve essere stato omesso per un errore di battitura: non avrebbero dovuto scrivere ministro per l’integrazione, ma ministro per la disintegrazione dell’identità nazionale italiana.

L’azione di questo ministro e di questo governo ci pare infatti orientata alla devastazione del tessuto sociale e tradizionale della Patria.

Eppure dovrebbe tenere presente che agisce in nome del Popolo Italiano.

Popolo Italiano che, a meno che mi sia sfuggito qualcosa, rappresenta ancora, in questo povero Paese, la maggioranza, e che ha il pieno diritto di non vedere annientate le proprie idee, la propria morale, i propri sentimenti sociali e religiosi, le proprie tradizioni per fare spazio a minoranze rumorose.

Sia chiaro che l’integrazione sociale è un processo inesorabile, ma con i tempi della storia e con la capacità di accoglimento della società, attraverso un lungo percorso di decantazione; non lo si può imporre a forza di provvedimenti ministeriali.

Non si può pretendere che la tradizione venga distrutta per una incorporazione a freddo di cose che non ci appartengono solo perché qualcuno pretende di imporci l’idea che sia un arricchimento.

Il rischio è che gli italiani perdano il senso della propria identità per subire tradizioni di importazione e modelli sociali altrui che, con buona pace del relativismo culturale marxista, non ci paiono tanto buone considerando gli effetti che hanno prodotto nei loro paesi di origine.

Non esiste un ragionevole stereotipo di cittadino universale che possa derivare dalla fusione fredda di chi arriva.

Tanto più che si tratta di una fusione fredda che viene unilateralmente richiesta agli italiani.

Gli altri, pare, abbiano il preciso diritto di avanzare solo pretese.

L’inclusione possibile si fonda sull’esatto contrario, sulla richiesta non negoziabile da parte degli italiani nei confronti di chi arriva di adeguarsi alle nostre leggi e soprattutto alle nostre Tradizioni e se le nostre Tradizioni li offendono se ne vadano.

L’Italia non è un paese comunista, non ha il filo spinato alle frontiere, è un paese democratico, e se qualcuno non si trova bene è libero di prendere e andarsene.

Carlo Scotti-Foglieni

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