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L'intervista

Agnelli: soluzioni o l’Italia porta i libri in tribunale

Di Redazione25 settembre 2013 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo

Il presidente di Confimi spiega la sua visione della politica e del governo. L'Italia non è concorrenziale e rischia la bancarotta

Agnelli: soluzioni o l’Italia porta i libri in tribunale
Paolo Agnelli, presidente di Confimi

BERGAMO — “Servono soluzioni urgenti per l’economia o l’Italia si troverà presto al punto di non ritorno”. E l’opinione del presidente di Confimi Paolo Agnelli. L’imprenditore bergamasco, che guida il noto gruppo siderurgico, non vede grandi prospettive per il nostro paese a meno di una sterzata nella politica e nell’economia. Agnelli spiega il suo punto di vista in questa intervista a Bergamosera.

Agnelli, partiamo dalla situazione locale. Trova che Bergamo, dal punto di vista economico, sia conservatrice?
Bergamo è una città conservatrice, addirittura all’estremo. Oggi si sta aprendo un po’ perché fenomeni come la diffusione della rete cambiano anche la cultura. Le faccio un esempio: la nostra informazione era veicolata dal quotidiano locale. Oggi c’è internet ed è una bella differenza. I miei figli sono cresciuti con un’apertura mentale verso la conoscenza molto più estesa della nostra.

Parlando di economia: i fatturati delle aziende italiane sono molto al di sotto di quelli del 2007. Quando torneremo a quei livelli?
Non ci sarà un ritorno, ma un adattamento a un nuovo mondo. Per un sistema particolare abbiamo vissuto di una capacità di spesa superiore alle nostre capacità. Finito quel mondo e scoppiata questa bolla, dovremo risalire la china, cercare una nostra identità imprenditoriale ed economica. Sicuramente cresceremo rispetto a quanto siamo oggi, ma scordiamoci di raggiungere i livelli del 2008.

Sono sufficienti alla ripresa gli interventi messi in campo finora dal governo?
Sono efficaci ma talmente lievi che non creano nulla di nuovo. Se un paziente è in rianimazione non ti posso condannare per avergli dato l’aspirina, perché non fa male. Ma il paziente muore…

L’Expo 2015, da questo punto di vista, è un’occasione o sono soldi sprecati?
E’ certamente un’occasione, perché l’Expo ha sempre creato una certa effervescenza di contatti col resto del mondo. Fa certamente bene per smuovere un po’ l’economia della regione.

Ma è vero che ci sono imprenditori italiani che lasciano l’Italia e si trasferiscono in Germania?
Per chi è legato al territorio come il mio gruppo, per esempio, che nasce nel 1907 in Bergamasca con radici profonde, cambiamenti di questo tipo sono difficili. Almeno per me che sono la terza generazione Agnelli. Per i miei figli, che sono la generazione successiva, che hanno iniziato ad operare nel 2008 in azienda e che vedono ogni piano industriale bocciato dai numeri e ogni iniziativa infrangersi contro la realtà di un economia che non va, stufi di “picchiare la testa contro il muro”, penso che prima o poi se ne andranno dall’Italia. Perché, a queste condizioni, non è possibile fare impresa nel nostro paese. Non siamo più concorrenziali. E’ inutile perdere tempo ad illudere le persone.

A cosa si riferisce in particolare?
Al decreto per assumere i giovani, per esempio. Viene assegnato all’impresa un bonus per l’assunzione di un giovane. A parte il fatto che non so se sia più grave un giovane disoccupato o un cinquantenne senza lavoro e con tre figli, che secondo me è un problema decisamente più delicato. Detto questo, una volta che viene assegnato un bonus all’azienda non è sufficiente. Un’azienda non assume perchè ha il bonus, ma assume se ha lavoro. Per cui la dichiarazione di Letta che disse “bene adesso le aziende non avranno più alibi per non assumere” fa veramente cascare le braccia. Perché significa che non ha il sentore della realtà.

Quali sono le più grandi colpe della politica in questi anni?
Hanno pensato al partito, a loro stessi, e non al mondo che gli stava attorno. Non si sono ancora resi conto della gravità della situazione in Italia. La sinistra si sta dedicando a modifiche di legge su questioni che sono meno prioritarie della crisi economica e litiga con il Pdl, il quale sta facendo anch’esso esercizi interni al partito. Intanto il paese sta affondando…e loro parlano.

Lei conosce personalmente Silvio Berlusconi?
No, non ho il piacere.

Come le sono sembrate le vicende del Cavaliere?
Chiaramente il personaggio dà fastidio. Gli è stata dedicata una “cura” diversa rispetto a qualunque normale cittadino: lo vediamo con i numeri di intercettazioni, processi, o la velocità dei processi stessi. Tutte cose anomale, per cui è chiaro che c’è un interesse particolare nel cercare il reati che lo riguardino invece di cercare assassini o responsabili di altre vicende.

Vede accanimento giudiziario?
La ricerca del reato, seppur minore e meno grave rispetto ad altri, mi fa pensare che ci sia un accanimento. Detto questo mi pare che Berlusconi ci abbia messo del suo con una serie di sciocchezze, dalle festicciole ad esposizioni mediatiche all’estero, che hanno snaturato il suo ruolo. Purtroppo ora la sentenza definitiva è arrivata.

Secondo lei per il bene del paese dovrebbe lasciare?
Potrebbe farsi un bell’annetto in Sardegna. Un anno sabbatico in cui pensare a come costruire la nuova Forza Italia.

Come vede una successione a Marina Berlusconi?
Non so se abbia le caratteristiche giuste. Secondo me va ricostruita una nuova destra vera, non quella finta. Sono vent’anni che manca e c’è una certa difficoltà nel riportarla in auge. Credo tuttavia che la strada migliore per tutti sia quella di lasciare superare i vecchi schemi destra-sinistra. La politica deve fare ciò che serve al Paese e agli italiani. Deve porsi una semplice domanda: “Di cosa hanno bisogno la Nazione e i cittadini?” e agire di conseguenza.

Cosa pensa di Matteo Renzi?
Mi piace sì e no. Sì quando ha detto cose rivoluzionarie nell’ambito della sinistra. Ora sembra stia un po’ cavalcando il clima di difficoltà per arrivare al successo. Mi sembra che tutti stiano lavorando per far cadere questo governo, che è d’emergenza, in attesa che qualcuno abbia delle idee.

Mi pare manchino proprio quelle…
Certamente. Non sanno cosa fare. O se lo sanno, non hanno il coraggio di farlo. La questione principale in questo Paese è quella economica. Far sì che milioni di italiani tornino ad avere un posto di lavoro perchè fra poco avremo manifestazioni di piazza in cui chiederanno pane e lavoro: mi sembra di essere tornato indietro al Dopoguerra.

Ma il palazzo secondo lei ha il sentore di quanto accade?
Non se ne sono ancora resi conto. Non si rendono conto di essere irritanti per la gravità della situazione nel mondo delle imprese, per la gravità del mondo del lavoro, per la gravità della disoccupazione. Sentire certe polemiche fatte oggi nelle aule parlamentari è un insulto al Paese.

Le piacerebbe fare politica?
Teoricamente sì. In pratica no, perché l’attuale sistema non consente di cambiare le cose. Gli stessi parlamentari andati a Roma, pur dotati di buona volontà, rientrano con la consapevolezza che è impossibile cambiare qualcosa in Italia, per il sistema in cui è introdotta la politica. Non aveva torto Silvio Berlusconi quando diceva “neppure io che sono il presidente del Consiglio riesco a cambiare le cose perché il sistema è troppo bloccato”. La burocrazia governa. Il tecnocrate influenza. Temo che si riesca a smuovere solo di fronte a qualcosa di molto più grave di quanto visto finora.

Restiamo alla via democratica. Il prossimo anno ci saranno le elezioni amministrative. Mi faccia l’identikit del suo sindaco ideale…
Il sindaco ideale è quello che fa. Se un sindaco c’è e non fa nulla perché non ne ha le possibilità dovrebbe cambiar mestiere. Non per colpa sua ma per dare un messaggio alla città. Del tipo: “In questa città non si riesce a far niente, punto. Allora me ne vado”.

Un gesto un po’ eclatante…
Per l’amor del Cielo, con tutte le giustificazioni del caso. Quasi tutti i Comuni non possono spendere a causa del patto di stabilità. Torniamo al punto di partenza che lega le sorti dei sindaci, dell’Italia, dei cittadini e delle imprese: se non ci sleghiamo da quest’Europa, che ha fatto sì che l’Italia andasse totalmente in crisi, rischiamo di morire. Perchè abbiamo dovuto accettare una cura che era esagerata rispetto alla malattia.

La politica di austerity imposta dall’Europa e sposata da Monti?
Magari la diagnosi era giusta, ma la cura sbagliata. Monti non ha sbagliato nel tipo di progetto. Ma non si possono dare 8 chili di antibiotici a un malato: lo ammazzi. In questo periodo sono morte 500mila imprese. La ripresa certo non riguarderà questi 500mila imprenditori e i lavoratori rimasti disoccupati. Grazie a queste cure è morto un pezzo d’Italia.

Era facilmente prevedibile…
E’ spiacevole rilevare che quando, anni fa, diversi premi Nobel dicevano che questa “cura” era sbagliata non venivano ascoltati e talvolta persino sbeffeggiati perché a dirlo era la controparte politica.

Eppure la stretta del rigore non è cambiata molto?
Se persino l’economista del Fondo Monetario internazionale Olivier Blanchard ha dichiarato “ci siamo sbagliati”, facendo un mea culpa, beh, mi aspetterei quanto meno una retromarcia. E invece si continua a lasciare che a gestire le cose siano alcune nazioni della Mitteleuropa, Germania in testa. Noi abbiamo perso la nostra sovranità nazionale perchè non abbiamo il coraggio di fare nulla se non con la benedizione di altri Stati. Stati che, abbiamo verificato, fanno il loro interesse, oppure sono già riusciti a cambiare il Fiscal compact come l’Olanda.

Dunque servirebbe una sterzata…
Serve il coraggio di cambiare le cose. Serve qualcuno che in politica trovi delle soluzioni e rapidamente. Perché altrimenti all’Italia non resta che portare i libri in tribunale.

Wainer Preda