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La solitudine dei numeri ultimi

Di Redazione24 settembre 2013 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
La solitudine dei numeri ultimi
La solitudine degli emarginati

Gli emarginati hanno paura, ma non lo mostrano. Brillano di luce interna, ma non si vede. Si trovano agli angoli delle strade e sono fantasmi formati dalla riluttanza della civiltà del benessere e della distruzione dei valori umani. Sono lo specchio delle loro debolezze. Gli emarginati non si comprendono. Sono come le stelle, brillano a distanza infinta, così di loro si vedono solamente le ombre delle persone rispettabili e distinte che erano.

Dei sentimenti rimane solo polvere che il vento porta via e disperde. Sono ombre disconosciute dalla società. Si vedono spesso con gli occhi rossi e una bottiglia in mano, e tra le labbra una sigaretta, mendicata da qualche buon’anima col sorriso beffardo o “incartata” con il tabacco dei mozziconi raccolti dai posacenere dei bar. Si aggirano per lo più tra le stazioni delle città o nei giardini pubblici. Vestono abiti sdruciti e sporchi, puzzano.

Alcuni fanno baccano per farsi notare, imprecano contro la loro malasorte, altri invece rimangono in silenzio, rassegnati all’ineluttabilità del destino, e con gli occhi inespressivi poiché hanno perso la capacità di emozionarsi. Sono come in attesa che qualcuno si accorga di loro, del disagio che urla più forte di qualsiasi megafono, fra la gente per bene che di loro neppure si accorge. Sono i re delle panchine, diventate i loro castelli.

La luna e le stelle sono diventate le compagne ideali cui affidare sogni e speranze. Hanno corpi stanchi e ossuti e sguardi vacui. Trascinati al largo dalle correnti della vita che hanno portato la loro anima alla deriva del loro mondo, come se il passato non fosse mai esistito. Rovistano fra i bidoni della spazzatura per cercare chissà che cosa, o forse solo un gesto per occupare il proprio tempo. Sono curvi e macilenti, e camminano a testa bassa. L’espressione è quella di un bambino. Hanno gli occhi vivaci e si inventano la vita ogni giorno. Parlano spesso da soli come se fossero gli unici amici cui possono rivolgersi. Insensibile e spietata la civiltà del benessere fa capire loro quello che sono, suscitando dolore, ma soprattutto rabbia, un sentimento che somiglia molto all’odio.

Provano impotenza e rassegnazione, e l’uomo che c’era non c’è più, ma rimane solo uno straccione che respira e vegeta. Corpi invisibili, riluttanti. Anime in pena che camminano sotto il sole cocente e affrontano le intemperie del vento e della pioggia senza alcun timore. Hanno la voce rauca e parlano poco. Portano spesso una borsa di plastica, anche vuota. Hanno il volto smunto e la barba incolta. Sono stanchi, affamati e, nella loro nullità, anche sognatori. Pur nell’indifferenza della gente cosiddetta perbene e nel ripudio della società civile, gli emarginati amano la vita.

Hanno paura, non della morte, ma della gente. Hanno la ricchezza del sorriso. Sorridono sempre e comunque, aspettando che la morte li venga a liberare da una vita che non ha avuto pietà di loro. La morte è un’amica pietosa, che non fa rumore, che non fa notizia e non suscita sensi di colpa in chicchessia. Quando muoiono gli emarginati, nessuno versa lacrime di dolore. Qualche buon’anima toglie l’ingombro, spesso vengono sepolti in una fossa senza nome, così come sono vissuti. Nella solitudine e nel silenzio.

Bruno Previtali

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