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Storia

Bergamo scomparsa: la cattedrale di S.Vincenzo (2)

Di Redazione17 luglio 2013 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
L'ingresso dell'antica canonica in via Mario Lupo

L’ingresso dell’antica canonica in via Mario Lupo

Abbiamo esaminato nella puntata precedente l’insieme degli scavi che hanno riportato alla luce l’antica cattedrale di San Vincenzo. Ricaviamo altre informazioni sull’edificio attraverso le ricerche di Gian Mario Petrò nelle fonti archivistiche notarili.

Interessante il metodo utilizzato dallo studioso. Sappiamo che i notai di allora non sostavano in un luogo fisso per stendere gli atti, ma potevano spostarsi sia in uno spazio aperto che in uno spazio chiuso, dichiarando ogni volta la “data topica” cioè il sito scelto per rogare. Se il notaio Sojaro rogò il 4 maggio 1330 “in ecclesia Sancti Vincentii Pergami iuxta altare beatae Mariae”, il suo atto ci fa conoscere l’esistenza di un altare intitolato alla Vergine.

Almeno otto gli altari documentati in questo modo nella cattedrale di San Vincenzo, compreso quello della sacrestia, e due cori, uno più grande riservato ai canonici ed un altro di minori dimensioni nella cappella di San Pietro. Tali studi avevano già in passato fatto ipotizzare un’estensione dell’edificio più ampia di quella tradizionalmente accettata e gli scavi recenti l’hanno confermata.

Ma la cattedrale era, dice Petrò, “luogo pubblico per eccellenza” utilizzata per i più diversi usi profani. Se il coro maggiore ospitava, come ovvio, le adunanze dei “Capitoli” dei canonici, l’aula era spesso la sede dove si svolgevano le assemblee della Credenza o addirittura dell’Arengo del Comune di Bergamo e anche dei Comuni del territorio di recente costituzione.

Documentata nel 1328 la “publica et generali credentia “ del Comune di Nese e il 18 aprile dello stesso anno quella di Ponteranica. Un foglio allegato alla pagina ci informa che a causa del” bellum civile “in corso non si era trovato un notaio disponibile a recarsi sul posto. Il luogo sacro cittadino dava evidentemente maggiori garanzie di sicurezza.

Nella chiesa sono documentate assemblee del paratico dei fabbri, nonché quelle dei soci della società della roggia Morlana. E c’era un banco dove gli scrivani registravano i documenti; probabilmente per qualche tempo vi fu anche custodito l’archivio comunale.

La chiesa fu la prima sede delle adunanze del Consorzio della Misericordia di Santa Maria Maggiore, la confraternita di fondamentale rilevanza nella vita cittadina, tuttora esistente e più nota come “Mia”. La sua struttura e la sua storia saranno oggetto di una puntata futura.

Un affresco ritrovato agli inizi del Novecento in una campagna di scavi precedente all’attuale raffigura quattro confratelli del sodalizio che distribuiscono l’elemosina. I primi due, che si distinguono per il copricapo e l’abito più ricercato, porgono una forma di pane e una brocca. Sono probabilmente i canevari. Gli altri due dalla veste più dimessa, forse i servi, portano in spalla un sacco e una fiasca. La figura di colui che riceve l’elemosina mostra nelle minori dimensioni e nella collocazione marginale la inferiore posizione sociale. Il dipinto, strappato e riportato su tela, è coevo agli affreschi dell’iconostasi ed è oggi anch’esso conservato nel museo.

Abbiamo già visto come la chiesa fosse affiancata da una torre campanaria e difensiva più volte “ruinata” e ricostruita a causa delle lotte feroci che opponevano fra loro i due “Capitoli”. Le fonti notarili ci dicono che alla Canonica era adiacente un cortile o chiostro caratterizzato da una loggia o portico di cui non conosciamo l’estensione.

Probabilmente nel tempo i chiostri divennero due. Sappiamo invece con assoluta certezza che all’interno del chiostro c’era un albero di tiglio, verosimilmente al centro come spesso nei chiostri medioevali. In tale ambiente possiamo immaginare che almeno qualcuno dei canonici si dedicasse alla preghiera. E’ certo però solamente che “sub quadam arbore telij” rogarono numerosi notai.

Andreina Franco Loiri

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