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Politica

Pdl Bergamo: il documento fantasma e l’occasione perduta

Di Redazione8 luglio 2013 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Il coordinatore provinciale del Pdl di Bergamo Angelo Capelli

Il coordinatore provinciale del Pdl di Bergamo Angelo Capelli

BERGAMO — Che fine ha fatto il celebre documento di critica alla segreteria Capelli elaborato dalla parte laica del Pdl di Bergamo un paio di mesi fa? Sgombriamo il campo da dubbi. Il documento, firmato praticamente da tutti i sostenitori di Enrico Piccinelli e dalla parte laica di quello che un tempo era lo schieramento formigoniano, esiste davvero. Chi scrive, ne è testimone.

Il documento avanza critiche di fondo alla gestione Capelli e solleva una serie di questioni politiche non di poco conto, fra cui la sparizione del partito dal territorio, la mancata aderenza del progetto bergamasco alle mutate condizioni dello scenario nazionale e regionale, dove a farla da padroni sono i berluscones. Poi chiede una gestione condivisa, financo un quadriumvirato e qualcosa di più, fra quella che fu la maggioranza e quella che fu la minoranza; e infine ravvisa la necessità urgente di un coordinamento provinciale per fare il punto della situazione.

A memoria d’uomo, l’ultima riunione del coordinamento che si ricordi risale a nove mesi fa: un’eternità in politica. Da allora il quadro nazionale e regionale è drammaticamente cambiato. Le elezioni di febbraio hanno sancito una sostanziale vittoria della corrente laica che ora può contare su un deputato (Fontana), due senatori (Piccinelli e Pagnoncelli) e un consigliere regionale (Sorte). La vecchia maggioranza invece può contare sul solo Capelli, consigliere regionale e coordinatore bergamasco.

Capelli che, peraltro, dal congresso provinciale in avanti ha perso progressivamente i pezzi per strada. Colpa di un’intransigenza mal digerita dal resto del partito. Celebre divenne la prima riunione del coordinamento, all’indomani dell’assise congressuale, quando l’allora assessore regionale Raimondi, alter ego di Capelli, esplicitò il suo aut aut: noi abbiamo vinto quindi decidiamo la linea, prendere o lasciare. Legittimo, per carità, ma molto poco collegiale. E soprattutto poco rispondente alle dichiarazioni concilianti antecedenti il congresso.

Nei mesi successivi, le condizioni mutarono drasticamente. La vicenda Raimondi, il caso Moro, la dipartita di pezzi da novanta dello schieramento formigoniano e infine la presa di distanza da parte dei laici di Pagnoncelli, hanno messo Capelli praticamente in minoranza nel coordinamento. Le elezioni del febbraio scorso, poi, hanno sancito la definitiva sconfitta del progetto politico sostenuto dal coordinatore provinciale e l’affermazione di  quello laico.

In questi mesi Capelli, ovviamente, ha cercato di evitare lo showdown. Ma era solo questione di tempo. Presto o tardi Piccinelli e soci avrebbero fatto sentire tutto il loro peso. E infatti, due mesi fa, ecco spuntare il celebre documento. In sostanza, un atto di sfiducia nei confronti del coordinatore e la richiesta di una gestione condivisa. Pensato, scritto e pronto ad essere consegnato. Poi, all’ultimo momento, un ripensamento nell’ala laica ha lasciato tutto nel limbo.

Tattica, forse. Il documento, la cui esistenza, ripetiamo, è accertata, è stato solo citato dalla stampa, quasi fosse una spada di Damocle sospesa sulla testa del segretario.

Il quadro però è destinato a mutare ulteriormente nel prossimo periodo, dal momento che Berlusconi punta alla nuova Forza Italia. E, almeno stando alle voci, prevede una tabula rasa dei coordinatori regionali e provinciali.

Il che, paradossalmente, pone un problema politico ai laici: quello della leadership, della capacità di guida del partito in Bergamasca. Sì, perché probabilmente sarà il nuovo progetto di Berlusconi a defenestrare Capelli (che peraltro potrà sempre avanzare un credito nei confronti di Forza Italia), facendo un favore a Piccinelli e soci. Ma ciò equivale a una dimostrazione di intrinseca debolezza dei laici impossibilitati, pur in una situazione di oggettivo vantaggio, ad imporre la loro iniziativa.

Quel documento, in altre parole, chiamava tutte le correnti laiche a un’assunzione di responsabilità che alla fine non c’è stata, tanto che a prevalere è stata la tattica spiccia.

Solo che ora, per i laici, l’eccessivo attendismo rischia di trasformarsi in un’occasione sprecata di prendere in mano le redini del partito, visto che nel futuro il Cavaliere pensa più a manager che raccolgono fondi che a politici al vertice. E’ vero, talvolta le due figure possono corrispondere. Ma potrebbe anche arrivare qualcuno dall’alto, con un bel gruzzolo alle spalle, ad avanzare pretese: è il rischio di una simile struttura, con buona pace delle democrazia interna a cui tutti, almeno a parole, dicono di anelare.

Non aver dato seguito a quel documento, mette i laici con le spalle al muro. Semplicemente perché, con Piccinelli assorbito Roma e Sorte impegnato a Milano, non possono accampare alcuna pretesa di leadership locale, dal momento che non hanno mai avanzato una figura alternativa, magari condivisa da tutta l’ala, alla gestione Capelli. 

Le alchimie di palazzo, ne siamo certi, riusciranno lo stesso a far emergere questo o quello. Con il pericolo, per l’ennesima volta, di una scelta calata dall’alto, priva di legittimazione e consenso del territorio. Scelte che i militanti bergamaschi hanno sempre mostrato di odiare.

Il Pdl è ormai morto, si dice. Ma per i laici resta il rammarico di non essere riusciti a farlo proprio quando era vivo.

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