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Salute

Mancano i medicinali: Federfarma presenta esposto

Di Redazione4 luglio 2013 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Mancano medicinali nella farmacie italiane, deviati sul mercato parallelo

Mancano medicinali nella farmacie italiane, deviati sul mercato parallelo

Il vaso di Pandora è stato finalmente scoperchiato. Dopo una situazione diventata davvero insostenibile, questa mattina Federfarma Roma a presentare un esposto alla Procura della Repubblica per denunciare “le gravi carenze sul territorio”, se non addirittura “l’irreperibilità di alcuni farmaci”, in particolare ad elevato valore terapeutico, ad alto costo e senza un equivalente alternativo.

I rilievi di Federfarma Roma seguono a ruota quelli effettuati qualche settimana fa da Federfarma Salerno di cui Bergamosera vi aveva dato conto.

Federfarma Salerno aveva istituito una commissione ad hoc con il compito di monitorare la situazione di una ventina di medicinali che risultano mancanti nelle farmacie italiane o difficilmente reperibili sul mercato nazionale. Il sospetto, avanzato dagli esperti del settore, è che i farmaci vengano dirottati sul mercato parallelo e quindi esportati nei paesi esteri, dove il prezzo è più alto.

Il fenomeno lucroso è stato portato alla luce da diversi farmacisti, ma solo di recente ha raggiunto livelli così estesi e preoccupanti. Secondo quanto è emerso, diverse farmacie, grossisti ed aziende specializzate, “rastrellano” dal mercato grandi quantità di farmaci per poi aggregarle e esportarle in mercati dove i farmaci vengono commercializzati a costi più elevati.

Fra i medicinali maggiormente ricercati e praticamente introvabili in gran parte delle farmacie italiane ci sono i cosiddetti “contingentati”: Clexane, Cymbalta, Questran, Requip, Seroquel, Sinemet, Tegretol, Xeristar.

Il fenomeno del mercato parallelo e la pratica dell’import export di farmaci sono ovviamente poco graditi dalle case produttrici. Per evitarli, le industrie farmaceutiche sono ricorse al cosiddetto “microbrik”, ovvero la suddivisione rigorosa del territorio italiano, con un fabbisogno massimo determinato. In sostanza, il farmaco viene immesso sul territorio in piccole quantità predefinite, stabilite per grossista o per singola farmacia.

Gli sforzi però non paiono aver ottenuto i risultati voluti, dal momento che un numero preoccupante di grossisti e farmacie si starebbe dedicando a rastrellare dal mercato medicinali in quantità per poi spedirli all’estero.

E dire che la pratica, per quanto lucrosa, non ha nulla di illegale. La norma che la consente è contenuta nel cosiddetto “Decreto Bersani”. Decreto che, detto per inciso, aveva ben altre finalità, ma che alla fine sta determinando un danno al mondo della farmaceutica tradizionale.

L’export di farmaci può infatti essere esercitato grazie a un’autorizzazione disponibile fin dal 2006, cioè da quando è stata cancellata la norma che stabiliva il divieto di cumulo fra l’attività farmaceutica vera e propria e quella di grossista.

Risultato: un numero sempre maggiore di farmacisti si sono dati al commercio all’ingrosso, rastrellando sul mercato nazionale quei medicinali che risultano contingentati, e quindi scarsamente reperibili dai produttori o dai grossisti istituzionali.

Farmacie di questo tipo, spiegano gli esperti del settore, sono di solito in contatto con operatori commerciali che acquistano lotti di medicinali per poi esportarli in paesi stranieri dove il prezzo lievita esponenzialmente.

Il che significa fare utili in grandi quantità, ma nel contempo ridurre la disponibilità di certi medicinali in Italia.

“Tale pratica – specifica un articolo pubblicato sulla rivista specializzata “Nuovo collegamento” dell’Utifar – per quanto non espressamente vietata, appare quantomeno estranea alla tradizionale funzione della farmacia e tale da fare ipotizzare comportamenti che dovrebbero essere valutati sotto il profilo deontologico in quanto capaci di incidere negativamente sull’assistenza farmaceutica garantita dalle farmacie come pure sul loro ruolo sociale”.

Sì perché alla fine il primo a risultare danneggiato da queste attività è il sistema farmaceutico italiano, con i farmacisti “tradizionali” che vedono ridursi drasticamente gli approvvigionamenti, restando in costante carenza di taluni medicinali.

In secondo luogo, vengono danneggiati gli utenti. Molti prodotti arrivano infatti nelle farmacie tradizionali ad intermittenza. Sì perché più i grossisti rastrellano, più le aziende farmaceutiche riducono i canali di distribuzione.

Il paziente, nel migliore dei casi, è costretto ad andare a caccia del farmaco. Altrimenti deve sopportare lunghe attese, sopperendo con farmaci di valore terapeutico simile ma differenti da quello prescritto.

Secondo la rivista “Nuovo collegamento”, sarebbero oltre 200 le farmacie italiane che “avendo ottenuto l’autorizzazione regionale al commercio all’ingrosso di medicinali per uso umano, contribuiscono al rastrellamento, anche pezzo su pezzo, di confezioni contingentate dall’industria nel tentativo di limitare il fenomeno che incide fortemente sui loro bilanci”. Ma il timore è che attualmente siano molte molte di più, nell’ordine delle migliaia.

Insomma, starebbe crescendo il numero di quelli che, vista la drastica riduzione degli introiti dovuta alla crisi, utilizzano questa pratica per “arrotondare”.

Le lamentele di farmacisti tradizionali e cittadini fioccano. In alcune province in Nas hanno avviato le prime indagini sul fenomeno. In caso di mancanza dei requisiti di legge, i “farmacisti-grossisti” rischiano sanzioni da tremila a diciottomila euro. Mentre per autocertificazioni fasulla, scatta il reato di falso ideologico che prevede due anni di reclusione.

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