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Storia

Bergamo scomparsa: prima del Comune, le lotte fra i canonici

Di Redazione2 luglio 2013 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
I resti della cattedrale di San Vincenzo sotto l'attuale duomo, in Città Alta

I resti della cattedrale di San Vincenzo sotto l’attuale duomo, in Città Alta

Nell’incontro precedente abbiamo fatto conoscenza con personaggi che ricoprivano cariche di notevole rilievo nella gerarchia ecclesiastica bergamasca ed esercitavano ampiamente il potere: i canonici delle due chiese che si contendevano il titolo di cattedrale, la chiesa di Sant’Alessandro e quella di San Vincenzo.

Tra il decimo e l’undicesimo secolo i canonici, di solito circa venti per ogni capitolo, facevano vita comunitaria e le due comunità erano proprietarie di notevoli patrimoni fondiari sui quali esercitavano diritti di giurisdizione feudale, nella zona di Calusco i canonici di Sant’Alessandro, nella zona di Calcinate e Palosco quelli di San Vincenzo. A questi ultimi erano pure destinati per donazione dell’imperatore i proventi derivanti dai diritti fiscali sulla fiera di Sant’Alessandro, in particolare lo “stazonaticum”, tassa sull’esposizione delle merci e la “curritura”, tassa sulle compravendite.

Il “prato” sul quale si organizzava la fiera, l’attuale Sentierone, rimase in possesso del Capitolo fino al 1428, quando la proprietà passò al Comune.

I due “capitoli” furono in perenne conflitto fra di loro. Le motivazioni ufficiali erano di carattere formale e oggi possono apparire grette o inadeguate: la precedenza nelle processioni, la possibilità di portare le reliquie o di sedere in posti privilegiati durante le pubbliche funzioni. Ma tali prerogative erano significative del potere, che teoricamente doveva risiedere pariteticamente in entrambi i “capitoli”, ma che in realtà era oggetto di disputa. La causa “de matricitate”, portata anche davanti al Papa, intendeva stabilire quale delle chiese fosse la “matrice”, ovvero la chiesa originaria idonea a detenere la cattedra vescovile.

La lotta si protrasse a lungo, coinvolgendo le famiglie dei singoli canonici e si estese a tutta la popolazione legata da vincoli parentali o clientelari ai casati maggiori. Fu una lotta armata “senza esclusione di colpi”, sottolinea il Pesenti. Ne restò vittima nel 1146 anche il vescovo Gregorio.

Già nel 1135 era stata notificata al clero e al popolo di Bergamo una sentenza di Papa Innocenzo II mirante a ristabilire la pace fra le canoniche. Nel 1179 la contesa assunse forme di particolare violenza. In diverse occasioni furono assalite le chiese stesse e le torri che le difendevano.

La chiesa di Sant’Alessandro era protetta da una fortificazione e da una torre imponente considerata la più alta della città e costituita da una struttura muraria che la rendeva inespugnabile. Una torre campanaria e difensiva similare era adiacente alla chiesa di San Vincenzo. Fu demolita nel Seicento per la costruzione dell’abside attuale, ma sappiamo che nel corso delle lotte intestine fu più volte “ruinata” e riparata.

Nel 1187 il neoeletto vescovo Lanfranco otteneva dal Papa la facoltà di scomunicare coloro che turbavano la pace cittadina. Le controversie fra canonici furono almeno in parte risolte nel 1189 da un decreto papale seguito ad una lunga inchiesta. In realtà solo nel XVII secolo ebbero termine con la composizione di un unico “capitolo”. Ma già in età comunale le famiglie bergamasche avevano indirizzato le loro ambizioni e le loro divergenze verso altre istituzioni. L’Episcopio aveva perduto il suo potere civile e politico.

Andreina Franco Loiri

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