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Storia

Bergamo scomparsa: come si producevano i tessuti

Di Redazione27 maggio 2013 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Misure agrimensorie sulla parete di Santa Maria Maggiore

Misure agrimensorie sulla parete di Santa Maria Maggiore

Abbiamo visto nell’ultimo incontro le modalità di produzione dei tessuti lanieri. Spettava ai consoli del paratico dei tessitori il controllo delle misure dei panni da commerciare. Unità di misura era la parete, anzi la “parete del Comune di Bergamo”, il cui campione era collocato sul lato esterno della Basilica di Santa Maria Maggiore.

L’esistenza di un campione preciso dava la garanzia di una regola escludendo altri metodi empirici di misurazione. Il termine stesso “parete” richiamava l’usanza contadina di realizzare l’orditura del tessuto attaccando il filo di lana a dei pioli infissi nelle pareti della casa.

Il “pannus Pergamensis” non poteva superare la lunghezza di 16 pareti cioè circa 62,5 metri. Data la notevole lunghezza, comune per altro a panni di altre città, veniva venduto in “mezze pezze” e la “mezza pezza” era sul mercato la misura consueta.

Nel Duecento il tessuto laniero doveva essere commerciato per la maggior parte nel suo colore naturale. Nel secolo successivo con l’evoluzione della moda divenne più ampia la richiesta di panni colorati e nel Bergamasco si diffuse largamente la coltivazione del “guado”, una pianta da cui si ricavava una tintura che permetteva tutte le sfumature dal nero all’azzurro.

Poiché si adattava a qualsiasi tipo di suolo e poteva generare ingenti profitti, la sua produzione interessò anche investitori estranei all’attività tessile e diede origine ad un intenso movimento finanziario. Fu effettuata in vaste aree vicine alla città.

In particolare è documentata nella zona di Treviolo, Albegno e Curno, dove abbiamo notizia dell’acquisto di aree colivate da parte di Guidino Suardi, il “dominus” che abbiamo conosciuto nelle vesti di committente del vasto affresco sulla parete meridionale del transetto di Santa Maria Maggiore. Non abbiamo invece documenti sulla coltivazione della “rubbia”, la pianta che tingeva nelle varie tonalità del rosso e che sappiamo anch’essa largamente utilizzata.

Ma il Trecento fu anche il secolo che vide gli inizi dell’importazione di lana “gentile”, cioè non bergamasca. Anche se con la moltiplicazione dei folli rurali le valli avevano raggiunto l’agognata autosufficienza, i prodotti disponibili non erano bastevoli a soddisfare le esigenze di una clientela sempre più esigente e raffinata.

Anche nei centri montani è documentata l’importazione di lana veronese e in città erano di moda i tessuti di lana spagnola detta di San Matteo.

Non si può trattare della lavorazione laniera bergamasca medioevale senza citare la presenza degli Umiliati, una congregazione di laici che vivevano insieme senza pronunciare i voti.

La Regola accettava la preghiera e il lavoro comune di uomini e donne, anche se prevedeva un “claustrum fratrum” e un “claustrum sororum”. La loro attività previlegiata era la lavorazione della lana e i tessuti da loro prodotti, “grossiores” ma forti e resistenti erano ricercati sul mercato e noti come panni “humiliati”.

Alla fine del Duecento le “domus” umiliate nel territorio bergamasco erano 21, molte delle quali in città e contavano diverse centinaia di persone, un numero superiore a quello di ogni altra forma di vita associata.

Di questa straordinaria esperienza di vita comunitaria ispirata agli ideali evangelici, ma nello stesso tempo inserita nei settori più attivi della società cittadina, ci occuperemo dettagliatamente in una futura puntata.

Andreina Franco Loiri

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