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Storia

Bergamo scomparsa: la guerra della lana

Di Redazione20 maggio 2013 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Frati impegnati nella lavorazione della lana

Frati impegnati nella lavorazione della lana

Tra il XII e il XIII secolo il territorio bergamasco conobbe un momento di intenso sviluppo nel settore laniero, conformemente a quanto avveniva in altre zone della Lombardia.

L’argomento è stato ampliamente trattato dalla studiosa Patrizia Mainoni nel secondo volume della storia economica e sociale di Bergamo.

I panni lana bergamaschi, di qualità medio bassa, erano largamente commercializzati anche al di fuori del distretto orobico e spesso imitati tanto che nel corso del Duecento il termine “pannus Pergamensis” indicava una specifica qualità di tessuto indipendentemente dalla località d provenienza. A parte una limitata lavorazione cittadina di fattura molto più raffinata, la produzione avveniva nell’area montana della Valbrembana, Valle Imagna e soprattutto in Valseriana, e utilizzava esclusivamente lana locale.

Elemento propulsore dell’organizzazione era il mercante-imprenditore che commissionava la lavorazione ad un produttore valligiano,spesso proprietario di greggi proprie o tenute in affitto. Il mercante anticipava il denaro e il produttore si impegnava a consegnare nei termini stabiliti il prodotto, le cui caratteristiche venivano attentamente specificate nel contratto.

La lavorazione spettava al produttore e impegnava l’intera famiglia come attività integrativa del lavoro contadino e pastorale. Le commesse accettate erano proporzionate alla forza lavoro del nucleo parentale. Ma potevano essere di entità rilevante. Con il denaro guadagnato dalla lavorazione di due pezze di panno si costituiva la dote di una fanciulla da marito.

La mancata consegna poteva comportare l’obbligo a rimborsare una cifra superiore a quella ricevuta. In tal caso il produttore poteva pagare il suo debito in natura, prodotti orticoli, formaggi o anche ovini, che poi avrebbe riutilizzato “ad fictum”, instaurando così un rapporto di dipendenza economica nei confronti del mercante.

Il prodotto poteva essere consegnato “sgrezius” cioè non follato e in tal caso le operazioni di follatura, ultime nel processo lavorativo e non sempre indispensabili, erano a carico del committente. Veniva invece consegnato finito, se il produttore aveva la possibilità di utilizzare un follo.

La macchina, detta anche gualchiera, eseguiva la battitura della lana mediante due pesanti magli di legno mossi dall’acqua corrente. Prima della sua invenzione l’operazione era stata effettuata con i piedi. Poco numerose le gualchiere nelle valli.

Il loro controllo spettava al paratico cittadino dei mercanti, che, come già abbiamo visto, sottoponeva alla sua giurisdizione anche la mercatura del territorio.

Il Comune di Bergamo tutelava gli interessi dei mercanti imprenditori. Una norma dello Statuto vietava ai produttori di lana di lavorare per conto di mercanti forestieri e così pure di vendere panni non follati,
cioè giunti a quella fase di lavorazione cui poteva provvedere la famiglia contadina.

La volontà dei valligiani di portare a termine sul posto il ciclo di lavorazione e quindi di sottrarsi alla intermediazione urbana fu una delle cause che determinarono una contesa anche violenta tra città e territorio.

Andreina Franco Loiri

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