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Politica

Lutto nella politica: è morto Giulio Andreotti

Di Redazione6 maggio 2013 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
giulio andreotti morto

E’ morto il senatore Giulio Andreotti

ROMA — Politica in lutto. E’ morto all’età di 94 anni il senatore Giulio Andreotti. Politico di lunghissima data, l’esponente che fece la storia della Democrazia Cristiana e del paese, si è spento nella sua abitazione di Roma.

Sette volte a capo del governo italiano, per anni Andreotti è stato identificato come l’emblema del potere, ancora tutto da chiarire.

Celebri le sue frasi acute e sibilline: “Nel 1919 sono nati il Ppi di Sturzo, il fascismo e io. Di tutti e tre sono rimasto solo io”, era solito dire ultimamente. Fra le sue passioni la Roma (al vecchio stadio di Testaccio) e le corse dei cavalli all’ippodromo delle Capannelle. Per il resto, tutto chiesa e politica.

L’esordio nell’esecutivo nel 1946, a 28 anni, era già sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con una delega particolare per lo spettacolo. La “legge Andreotti” del 1949 servì a finanziare il cinema italiano.

Nel 1954 diventò ministro. Il suo feudo elettorale era la campagna a sud di Roma, da dove proveniva la sua famiglia: Fiuggi, Anagni, Alatri, antichi possedimenti delle nobili famiglie capitoline, diventarono centri della sua rete elettorale e clientelare. Politicamente rappresentava l’ala più conservatrice e clericale della Dc, i suoi avversari interni erano i fautori del centrosinistra, come Moro e Fanfani. Ottime le sue entrature in Vaticano, estesissima la sua rete di contatti internazionali.

Fu nel 1972 che riuscì ad arrivare alla presidenza del Consiglio per un governo durato 9 giorni. Ma Andreotti non si scoraggiò, Fin da allora sapeva che “il potere logora chi non ce l’ha” e che “a pensare male si fa peccato ma di solito ci si indovina”. Queste due massime rappresentano la sintesi perfetta del pensiero politico andreottiano e sono ormai gergo comune.

Fu lui, l’uomo della destra Dc, a essere chiamato a guidare i governi di solidarietà nazionale, alla fine degli anni settanta, con l’appoggio esterno del Pci. I leader della Dc avevano capito quale era la sua più grande dote: conciliare gli opposti, smussare gli angoli, digerire le difficoltà. Emblematico il suo rapporto con Bettino Craxi.

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