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Storia

Bergamo scomparsa: le corporazioni fra città e campagna

Di Redazione6 maggio 2013 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
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Affresco di Sant’Eligio, nella basilica di Santa Maria Maggiore a Bergamo

Abbiamo visto nell’ultimo incontro come l’attività lavorativa in età comunale fosse nella quasi totalità inquadrata nella struttura delle corporazioni. Durante tutto il XIII secolo i paratici urbani cercarono di estendere l’obbligo dell’iscrizione, prima limitato agli artigiani della città, anche a quelli del contado. In tal modo essi potevano controllare la produzione rurale, regolamentandone la distribuzione e disciplinando forme di concorrenza.

Ma le normative distinguevano gli obblighi di città e contado accentuando una condizione di subordinazione dei “rustici” rispetto ai “cives”, in relazione al diverso status giuridico delle due classi sociali.

Il conflitto tra le autorità urbane e i lavoratori del contado, interessati a sottrarsi al controllo e alla intermediazione cittadina, fu uno degli elementi che condussero le due parti ad un alto grado di conflittualità , di cui parleremo più avanti.

I paratici avevano necessità di vigilare soprattutto sulle attività relative alle materie prime concentrate in alcune zone del territorio. In primo luogo le ricchezze minerarie: argento e minerali ferrosi.

Un filone argentifero tra Ardesio e Gromo si esaurì solo alla fine del XIII secolo. Lo studioso Menant cita nella zona le vestigia di forni utilizzati per la riduzione del minerale. Ma una disposizione del Comune di Bergamo nel 1229 avocava alla città l’affinaggio dell’argento che in parte pensiamo fosse destinato al conio delle monete, in parte commerciato nelle vicinie di San Pancrazio e Sant’Eufemia.

Le miniere di ferro erano numerose nelle valli. I paratici non disciplinavano l’attività estrattiva ma la lavorazione e il commercio dei prodotti, molto richiesti data la incessante situazione di guerra sia esterna che interna.

Gli “spatarii”, spadai, avevano per lo più bottega in città e i loro prodotti, corazze, scudi, cotte e armature di tutti i tipi, citati nei documenti rivelano per la finezza della lavorazione un alto grado di professionalità, capace di reggere la concorrenza bresciana e milanese.

I “ferrarii”, fabbri, pochi in città, sparsi capillarmente nel territorio, erano in numero elevato in Val Cavallina e nella Val Seriana inferiore dove formavano piccole aziende a conduzione familiare.

A questo proposito, nella Basilica di Santa Maria Maggiore sulla parete settentrionale del transetto, un affresco trecentesco raffigura Sant’Eligio, patrono dei fabbri, mentre ferra un cavallo. Accanto è la bottega del Santo fabbro con gli arnesi del lavoro. Sicuramente commissionato dalla corporazione, l’affresco ne testimonia la devozione, ma anche le possibilità economiche e il prestigio, dal momento che poter occupare uno spazio nella più insigne chiesa cittadina non era privilegio di poco conto.

Nel 1250 i fabbri di Borgo di Terzo, il maggiore centro di produzione delle falci da fieno, dovevano obbligatoriamente iscriversi al paratico cittadino versando una lira a testa, cifra ritenuta molto alta, pari al prezzo di sei lame di falce. Negli stessi anni lo stesso obbligo si estese ai mercanti, ai lavoratori della lana e probabilmente a tutte le attività del contado.

Solo duecento anni dopo, in seguito all’emancipazione di parte del territorio e alla formazione dei comuni rurali, ebbe luogo nel distretto bergamasco la crescita di istituzioni corporative più autonome, anche se non del tutto indipendenti da quelle cittadine.

Andreina Franco Loiri

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