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Storia

Bergamo scomparsa: le corporazioni e il commercio

Di Redazione29 aprile 2013 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Via Mario Lupo, dove erano le botteghe della macelleria

Via Mario Lupo, dove erano le botteghe della macelleria

A partire dal XIII secolo a Bergamo appaiono già saldamente organizzate le corporazioni di mestiere, collegi o paratici. Il termine “collegia” definiva le associazioni professionali, in particolare quelle dei giudici e dei notai, di cui restano gli statuti duecenteschi.

Non restano invece statuti precedenti al XV secolo per i “paratica”, della produzione e del commercio. Abbiamo documentazione della loro struttura e della loro attività solo attraverso le normative del Comune sempre attento ad un rigido controllo sia della qualità dei prodotti, sia degli aspetti organizzativi delle associazioni. Già nello “juramentum sequimenti” più volte citato, si allude all’obbligo del giuramento di sarti, beccai, tavernieri, fornai e mugnai, obbligo in seguito esteso a tutti gli altri paratici.

Ogni paratico eleggeva i propri consoli, nel linguaggio corporativo detti “guide”, e i propri officiali o credendari. Tutti gli associati maggiorenni potevano presentare la propria candidatura e nel corso della complessa votazione era obbligatoriamente applicato anche il sorteggio. I paratici non disponevano di sedi fisse. I membri delle singole associazioni si riunivano nelle chiese, non necessariamente sempre nello stesso edificio. Ci riferisce Gian Mario Petrò notizie di assemblee di fabbri e di orefici, ma anche di altri lavoratori in Santa Maria Maggiore, in San Francesco, in Sant’Agostino. I mugnai e i tessitori sono documentati spesso in città bassa, in San Bartolomeo e in San Lazzaro.

Cardine dell’attività artigianale era la bottega dove il maestro addestrava gli apprendisti e aveva alle sue dipendenze lavoratori salariati anche con incarichi di breve periodo.

Gli statuti comunali, attentamente esaminati dalla studiosa Patrizia Mainoni, ci danno l’idea di una organizzazione corporativa variabile nell’arco degli anni secondo le diverse condizioni economiche e politiche. Attentamente sorvegliato dalle autorità comunali il mercato dei generi alimentari.

Per evitare ogni truffa, i mugnai dovevano tenere saldamente attaccato al muro uno “stoppello” di rame o di ferro , misura di capacità con il bollo del Comune e il calo della farina macinata non poteva superare quello della “masnatura”. Lo stoppello corrispondeva a 750 cl. Per le grandi quantità si usava un sestiere della capacità di ventiquattro stoppelli, anch’esso bollato dal Comune. Il mugnaio contravventore poteva essere condannato alla pena della berlina anche per un giorno intero.

Il prezzo del pane, di cui erano precisate le forme e il peso,poteva variare solo in stretta relazione a quello del grano, con il divieto di qualsiasi intervento arbitrario da parte dei pristinarii, fornai. Anche la carne era soggetta a calmiere. Nel Duecento in tutta la città una sola beccheria gestita dal Comune era autorizzata alla macellazione e alla vendita. La crediamo già localizzata nell’attuale via Mario Lupo nelle botteghe di proprietà dei Canonici di San Vincenzo. Due secoli più tardi, come ci informano gli studi di Maria Mencaroni e Laura Bruni, le beccherie erano quattro, di cui una in borgo Pignolo, una in San Leonardo e una in Sant’Antonio.

Di particolare rilevanza per il numero degli addetti il paratico della lavorazione delle pelli utilizzate in età medioevale non solo per l’abbigliamento e gli accessori, ma anche per le selle e i finimenti dei cavalli, le pergamene e il materiale scrittorio. Ma non risulta dai documenti, esaminati dallo studioso Petrò, che i calgarii, calzolai, avessero una sede propria in piazza mercato delle scarpe, come tradizionalmente si crede. Ricordiamo tra l’altro che nella piazza suddetta si teneva il “mercatum blave”, mercato delle biade, trasportato nella piazza grande di San Vincenzo solo all’inizio del Trecento.

Andreina Franco Loiri

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