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Storia

Bergamo scomparsa: le lotte fra fazioni e la pena del bando

Di Redazione19 aprile 2013 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Il porticato di Palazzo della Ragione a Bergamo Alta

Il porticato di Palazzo della Ragione a Bergamo Alta

Abbiamo visto come anche a Bergamo in epoca comunale infuriassero le lotte tra le due “partes”, guelfa e ghibellina. I documenti ci danno l’idea di una città che soprattutto nella seconda metà del Duecento e nella prima prima del secolo successivo ha conosciuto ben pochi momenti di pace.

Le vicinie si attrezzavano ai primi accenni di “rumores”, indizi di tumulti. La studiosa Gloria Caminiti trae dagli “Acta” di San Pancrazio del 1295 notizie della mobilitazione della vicinia “propter presentes rumores Suardorum et Collionum”. Sono registrate spese per l’organizzazione di turni di guardia suppletivi rispetto a quelli consueti, per il salario di sentinelle anche sulle torri private, per la costruzione di palizzate, muri e stongarde, “strutture di legno costituite da assi inchiodate, a cui erano apposte lame e punte acuminate” atte a stroncare gli impeti della cavalleria. Fu contratto un mutuo per l’acquisto di scudi, balestre, uncini, “carcassi” e “pilotti, ”, dardi. Anche se non resta la documentazione, possiamo supporre che le altre vicinie ugualmente provvedessero. Abbiamo notizie di battifredi fin nella chiesa di Santa Maria Maggiore. Evidentemente la situazione era già carica di tensione.

Il 10 marzo 1296, di sabato, un Colleoni ferì mortalmente con un colpo di lancia Jacopo da Mozzo, “di parte suarda”. Ne nacquero scontri che videro alternativamente la vittoria delle due parti e lasciarono una città semidistrutta. Anche la Basilica fu danneggiata gravemente. Gli atti notarili del primo Trecento ,esaminati dallo studioso Gian Mario Petrò, citano spesso “guasti” o “brenia”, rovine, soprattutto nella vicinia di San Michele dell’Arco, là dove nel secolo successivo sarà realizzata l’attuale piazza vecchia. Prima dei “brenia” pensiamo vi si trovassero altre residenze delle più cospicue famiglie cittadine.

La pena più frequente per i colpevoli di violenza politica era il bando, l’allontanamento dalla città, che poteva essere definitivo o temporaneo. Il nome del condannato veniva iscritto nel Bos, il libro dei bandi, redatto in tre copie di cui una conservata dal podestà, un’altra da un notaio, la terza depositata “in scrineo Comunis”, lo scrigno blindato del Comune. Sul capitello di un pilastro del porticato del Palazzo della Ragione, proprio là dove i bandi venivano proclamati, è scolpita la figura di un uomo che mostra un libro aperto. Giustamente la studiosa Francesca Buonincontri lo ritiene identificabile con il magistrato del Bos.

Gravissime le sanzioni per le vicinie che dessero rifugio ad un bandito o che, venute a conoscenza della sua presenza, non la denunciassero . In casi “de maleficio”, omicidio, ferite volontarie e violazione della pace, il bandito poteva essere impunemente ucciso o ferito. Se “rompeva il bando”, cioè rientrava nascostamente in città, era soggetto alla condanna capitale. La pena poteva essere revocata, lasciando però invariate altre sanzioni, se la vittima del reato o i suoi eredi, concedevano al colpevole il perdono e stipulavano con lui accordi di pace.

Diversa invece la condizione del bandito “pro re pecuniaria”, che godeva di un minimo di tutela giuridica così che la sua uccisione era regolarmente sottoposta a giudizio.

Andreina Franco Loiri

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