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Storia

Bergamo scomparsa: le vicinie e la violenza politica

Di Redazione15 aprile 2013 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
La Porta di Santa Maria Maggiore, in Città Alta

La Porta di Santa Maria Maggiore, in Città Alta

Abbiamo già raccontato in un incontro precedente come, ai primi di agosto del 1206, la città di Bergamo sia stata sconvolta da conflitti sanguinosi. I Suardi avevano sbarrato le porte della chiesa di Santa Maria Maggiore per impedire che il podestà Gerardo Visdomini vi tenesse l’arengo del popolo. Il podestà aveva chiamato in soccorso una compagnia di armati ed erano accorsi anche i vicini di San Pancrazio.

Ben presto gli scontri avevano coinvolto la città intera. La vicinia di San Pancrazio aveva provveduto a proteggersi con l’erezione di mura e battifredi e a coprire la piazza con archi, muri e graticci per ripararla dai proiettili lanciati dall’alto delle torri. Era stato dato fuoco alla torre di Gombito, nonché alle case di Gerardo da Lallio e Giovanni Valcosio, distrutta la casa di Filippino da Mozzo. Uno dei tanti scontri che agitavano la Bergamo del tempo. Vedremo più avanti come esso assumesse un significato politico preciso.

Ci interessa in questo momento prendere in considerazione il comportamento della vicinia e dei suoi consoli. E’ pervenuta fino a noi una pergamena che suscita grande attenzione fra gli studiosi. La cosiddetta “pergamena Mantovani” riporta il verbale di un interrogatorio in un processo svoltosi dopo i disordini. La motivazione è di poco conto. Alcuni vicini di San Pancrazio, tali Galiccioli e Girardi, rifiutavano di contribuire alle spese della difesa perché le loro abitazioni, situate in zona periferica, non avevano goduto di alcuna protezione. Ma di grande valore sono invece alcune testimonianze. Anzitutto uno dei consoli vicinali asseriva che non si trattava di “civile bellum inter Suardos et illos de Rivola” ma di “bellum Suardorum et comunis Pergami”.

L’atto di prevaricazione dei Suardi, sicuramente premeditato e organizzato, comportava cioè una violazione dell’ordine legale, nuocendo alla comunità nel suo complesso. Per questo motivo i vicini di San Pancrazio secondo le prescrizioni dello “juramentum sequimenti” avevano sentito l’obbligo di intervenire a difesa della legalità infranta, superando qualsiasi inclinazione di carattere politico. La Caminiti a tal proposito ci fa presente che per la maggior parte gli abitanti della vicinia erano di parte ghibellina.

Significativa anche la risposta data ai vicini Galiccioli e Girardi. Le difese erano state organizzate in base a precise strategie, che prevedevano la protezione della parte più centrale e più esposta ai rischi di tutta la vicinia, in questo caso il Gombito, la piazza e la chiesa, il portico. La “defensio totius vicinantiae” aveva quindi portato giovamento anche agli abitanti delle zone periferiche, salvaguardandoli dal pericolo di un’eventuale estensione degli scontri fino alle loro abitazioni e proteggendo quelle aree comuni di cui tutti usufruivano.

I vicini di San Pancrazio attraverso i loro rappresentanti potevano dimostrare di aver agito nella piena legalità e di aver ottemperato agli obblighi imposti dal giuramento: la difesa delle istituzioni comunali e la protezione autogestita della propria vicinia.

Andreina Franco Loiri

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