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Latte: quale futuro per le aziende bergamasche

Di Redazione26 marzo 2013 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Un'azienda agricola bergamasca

Un’azienda agricola bergamasca

BERGAMO — Un mercato del latte senza restrizioni alla produzione porterà inevitabilmente alcuni cambiamenti nel tessuto produttivo della nostra provincia e dell’intera pianura padana, anche se verosimilmente si tratterà di un’evoluzione piuttosto lenta: queste, in sintesi, le considerazioni emerse nel corso dell’approfondimento sul futuro del comparto latte in Bergamasca, realizzato dall’Osservatorio economico di Confai Academy presso la sede di Abia.

L’analisi è stata incentrata sui probabili scenari che si apriranno dal 1° aprile 2015, ossia dopo la fine del regime basato sulle quote di produzione.

“In linea di principio la concorrenza fa sempre bene alle imprese, non solo a chi la fa, ma anche a chi la subisce – ha ricordato in apertura Leonardo Bolis, presidente bergamasco e nazionale dei contoterzisti agrari –, purché ovviamente si tratti di concorrenza leale. La fine del regime di limitazione della produzione inaugurato nel lontano 31 marzo 1984 comporterà indubbiamente un processo di liberalizzazione, di cui possiamo ora prevedere soltanto una parte delle possibili conseguenze”.

Mentre la nostra regione continua ad essere teatro di ripetute trattative sul cosiddetto “prezzo del latte alla stalla”, ovvero corrisposto dagli industriali agli allevatori, è quasi certo che la fine delle quote latte introdurrà un ulteriore elemento di oscillazione del prezzo della materia prima, già fortemente legato anche in Europa all’andamento dei mercati internazionali.

“Secondo le stime di Confai Academy – fa notare Bolis – la produzione di latte in Bergamasca potrebbe passare dagli attuali 3.533.000 quintali a poco più di 3,7 milioni di quintali entro il 2020: si considera realistico un aumento contenuto entro la soglia dell’1% annuo nel corso di un quinquennio. Nella nostra provincia, infatti, come nell’intera Lombardia, dovremo fare i conti con i vincoli posti dalla direttiva Nitrati, che limita di fatto i progetti di incremento produttivo nel comparto zootecnico, oltre che con l’attuale struttura dei costi di produzione delle nostre aziende”.

Proprio in materia di costi occorrerà continuare la riflessione in vista dell’appuntamento del 2015. “I nostri allevamenti si trovano a sostenere costi di produzione mediamente più elevati che nel resto d’Europa – ricorda Enzo Cattaneo, direttore di Abia e segretario generale di Confai Academy -. Ciò è dovuto in parte al maggiore sforzo qualitativo messo in campo dagli allevatori bergamaschi e lombardi, ma in parte all’esistenza di strutture produttive che scontano un eccessivo livello di parcellizzazione, conseguenza di un tessuto imprenditoriale ancora basato in molti caso sullo schema della famiglia diretto-coltivatrice”.

Per affrontare le sfide del prossimo futuro occorrerà attrezzarsi in forme diverse, puntando all’integrazione delle aziende medio-piccole in strutture più ampie, in grado di cogliere i benefici delle economie di scala. “I costi potrebbero essere contenuti anche sul fronte della coltivazione dei terreni in dotazione agli allevamenti – auspica Cattaneo -, ad esempio mediante un più massiccio ricorso degli agricoltori ai servizi di lavorazione in conto terzi, generalmente più convenienti rispetto al ‘fai da te’ aziendale”.

In un mercato lattiero che diventerà indubbiamente più agguerrito, un’ancora di salvezza per le realtà più piccole potrebbe ad ogni modo venire dalle produzioni casearie. Confai Academy confida infatti nel ruolo di stabilizzazione del mercato del latte che dovrebbero continuare a svolgere i prodotti a denominazione d’origine protetta, così come gli altri formaggi locali caratterizzati da marchi e riconoscimenti di livello almeno regionale.

“Per far sì che ciò avvenga – conclude il presidente Bolis – come mondo agricolo italiano dovremo fare fronte comune a Bruxelles affinché venga portato a definitivo compimento il processo di difesa del Made in Italy dalle numerose contraffazioni in atto a livello mondiale. Il tutto a tutela delle ragioni dei nostri produttori, ma ancor più della salute e dei diritti di tutti i consumatori”.

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