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Storia

Bergamo scomparsa: così si manteneva la pace

Di Redazione22 marzo 2013 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Palazzo della Ragione

Palazzo della Ragione

Uno dei documenti più interessanti pervenuti in materia di normativa comunale è il cosiddetto “juramentum sequimenti”. La datazione è incerta, ma sembra riferirsi ad un momento in cui il governo del Comune era già esercitato dal podestà. Nulla esclude però che esso fosse già in uso in periodi anteriori.

Alla nomina di un nuovo podestà i cittadini erano tenuti a dichiarargli pubblicamente fedeltà. Il giuramento sembra avvenisse in due tempi. In un primo momento i capifamiglia, “capifuoco”, di ogni vicinia riuniti in chiesa giuravano nelle mani dei propri consoli. Quindi i consoli di tutte le vicinie, riuniti nel palazzo comunale, riportavano il giuramento al Podestà. Questi rispondeva con un altro impegno giurato. I capifamiglia erano ritenuti responsabili dei comportamenti dei propri familiari e dei propri dipendenti di condizione servile.

Si trattava di un vero e proprio patto con cui gli abitanti delegavano il potere al più alto organo di governo della città e ne ricevevano in cambio la garanzia di una gestione corretta.

Il giuramento di fedeltà, molto in uso nell’epoca feudale per creare un rapporto di subordinazione, assumeva in quel momento caratteri del tutto nuovi. Era la coraggiosa affermazione dell’autonomia del governo locale, la sua legittimazione nei confronti dell’autorità vescovile e dell’autorità imperiale, che da sempre erano le sole detentrici del potere.

Le vicinie ne erano protagoniste, esercitando così un ruolo specifico nell’ambito della vita giuridica e politica del Comune. Solo il giuramento “per vicinie” poteva garantire il consenso generale , mostrare una cittadinanza compatta e decisa a dare continuità all’esistenza e alla funzionalità dell’ordinamento comunale.

Alcuni storici, in particolare Claudia Storti Storchi, rilevano come tale giuramento equiparasse le diverse classi sociali. Nella vicinia abitavano ricchi e poveri, nobili e popolani le cui condizioni secondo la legge si distinguevano soltanto sotto l’aspetto delle prestazioni fiscali e degli oneri militari. Diverso il prestigio sociale dei due ceti, uguale il loro status giuridico. Uguale il valore del loro assenso.

L’impegno collettivo ci può dare l’idea di una utopica condizione di pace, ma ben diversa è l’opinione che ricaviamo dalla lettura del testo del giuramento. Esso obbligava non solo ad obbedire agli ordini del Podestà e a dar aiuto per perseguire la delinquenza comune, ma anche a “non salire sulle logge, né sui battifredi, né sulle torri per gettarne proiettili” a meno che si trattasse di respingere un assalto alla propria casa, “a non tirare con mangani e altri congegni”, a “non consegnare torri, località, fortezze”, “a dare aiuto al Podestà, ai suoi messi e rappresentanti in pace e in guerra”, a non portare armi vietate, in particolare la “misericordia o sfonda giaco” con cui si infliggeva il colpo di grazia al nemico vinto, a “non fare risse e congiure contro il Comune”, “a non rompere in nessun modo la pace della città”.

La specifica elencazione dei comportamenti vietati ci dà la prova che tali comportamenti si erano verificati in passato e si temevano per il futuro. Sicuramente continuavano a verificarsi con una certa frequenza. Se da una parte i cittadini erano alleati contro quei centri di potere, Vescovo e Impero, che si opponevano alla loro indipendenza, dall’altra parte erano però incapaci di gestire il contenimento dei conflitti intestini. La pace interna era la finalità veramente rilevante del giuramento, che dava al Podestà e al governo comunale i poteri coercitivi necessari al suo mantenimento.

Andreina Franco Loiri

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