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Politica

Mario Mauro: il Pdl ha lasciato se stesso

Di Alessandra Raimondi19 marzo 2013 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Mario Mauro

Mario Mauro

BERGAMO — In campagna elettorale, la sua decisione di lasciare il Pdl per scegliere il progetto centrista di Albertini aveva fatto molto discutere. In questa intervista esclusiva a Bergamosera, l’europarlamentare Mario Mauro, vicino al mondo ciellino, analizza la situazione politica nazionale e regionale.

Onorevole Mauro, ci può dare un suo commento sull’esito del voto nazionale?
Oserei dire che si tratta di un voto sul quale si è riversata l’ironia di Dio e l’ironia della storia per molti versi. Durante la campagna elettorale, noi ci siamo affannati a spiegare che tornare alla sfida Berlusconi-Bersani avrebbe significato riportare il Paese nello stallo e cioè prendere il paese in ostaggio senza fare riforme e sacrificarlo a una cultura del conflitto, dove l’aspetto della rendita politica è fine a se stesso.

Cosa pensa della situazione attuale?
Si è verificata la tempesta perfetta. Cioè una situazione in cui, per far andare avanti il Paese, è necessario che queste due forze superino i pregiudizi ideologici l’una nei confronti dell’altra e accettino con tutte le altre che hanno ottenuto risultati durante le elezioni, di mettere tutto il peso di cui è capace la politica sulla stessa mattonella. Si sta vedendo in modo flagrante che questa disponibilità non c’è.

Quale sarebbe un quadro possibile?
Pd e Pdl si salvano e si sposano e in questo senso placano i mercati, vengono incontro ai bisogni della gente, fanno fare un passo avanti alla storia del nostro Paese. Ma se lo fanno, il rapporto con quella parte del loro elettorato, che è manifestato per esempio nel milione di mail che sono arrivate a Bersani per impedirgli di trovare sintonia su una strada condivisa, ovviamente si perde. È veramente una situazione molto difficile, molto complessa dalla quali io spero che prevalga da parte di tutti il senso di responsabilità.

Quindi lei sta auspicando, anche sotto un altro nome, un Monti-bis per far riforme costituenti?
Non spetta a noi, soprattutto soprattutto alla luce del risultato, fare proposte. La risposta è invece da un lato nelle mani dei partiti che hanno i numeri per dare stabilità al Paese, dall’altro nella saggezza con cui il Capo dello Stato attuale e quello poi che seguirà, dovrà guidare l’Italia in una circostanza così difficile.

Cosa ne direbbe l’Europa?
Ovviamente dobbiamo renderci conto che viviamo in un contesto di totale interdipendenza col processo di integrazione europea. Quindi in sostanza ciò che possiamo dire in questo momento è che al Paese vanno garantite le riforme che quindici anni di scontro fine a se stesso hanno procrastinato all’infinito e va garantito sopratutto che l’Italia rimanga parte attiva nel processo di integrazione europea con il ruolo di protagonista che le competa.

Quale legge elettorale auspicherebbe per questo paese?
La risposta è semplice. Nel senso che un sistema elettorale deve essere armonizzato alla nostra costituzione quindi dobbiamo avere un sistema comunque proporzionale perchè poi siamo una Repubblica fortemente parlamentare. Altrimenti sa cambia la Costituzione e su quella base si possono ideare sistemi che si sposino con il presidenzialismo. Ma queste costruzioni contorte come sistemi maggioritari senza le primarie, sistemi proporzionali senza le preferenze, premi di maggioranza che non rispondono ai dati ottenuti sul campo generando veri e propri squilibri nelle maggioranze parlamentari, danno la sensazione di leggi elettorali create di volta in volta per conferire il tornaconto che in quel momento appariva esperibile dai partiti che davano le carte. E questo modo di fare senza lungimiranza è quello che ci ha portato a questo risultato assurdo.

In Regione, lei si è schierato con Albertini. Come giudica il risultato elettorale?
È esattamente frutto di quella legge. Questa legge è che molto più di quella italiano obbliga a schierarsi da una parte o dall’altra, ha degli aspetti sicuramente di maggiore tenuta rispetto al cosiddetto porcellum e quindi il risultato che ha portato alla vittoria di Maroni il Lombardia è sicuramente netto che va accettato.

Ha detto che la gestione di Formigoni è stata una buona gestione. Perché allora ha lasciato il Pdl?
Per un problema che riguarda la visione che il Pdl ha dell’Italia e dell’Europa e che si conferma alla luce del risultato. Non io ho lasciato il Pdl ma il Pdl ha lasciato se stesso. Il Pdl ha abbandonato se stesso e i propri ideali e questo è stato percepito da me e anche da altri 6 milioni di cittadini italiani.
Noi non dobbiamo dimenticare che i toni schiacciati sulle visioni delle Lega totalmente anti-europeisti hanno prodotto una ferita all’interno del Pdl che, al di la dell’autogol fatto dalla sinistra e suffragato dalla percentuale di Grillo, il disamore che gli elettori hanno dimostrato nei confronti del partito di Berlusconi non è frutto di un’irritazione episodica ma è un non riconoscersi più perché una strada è stata abbandonata ed è stata preferita quella del populismo e della demagogia.

Come si è orientato l’elettorato di CL?
Ad essere sinceri ho incontrato migliaia di persone che hanno scelto sulla base di un percorso di esperienza personale, di giudizio, di cambiare in questa circostanza il proprio voto e mi sembrerebbe veramente miope pensare di poter attribuire alle decisioni che ha per le formazione educativa e per la formazione culturale in esclusiva a un partito all’altro. È stato un voto fortemente pluralista e non darei per scontato neanche l’asse del voto Pdl-Monti.

Dopo Albertini, il progetto politico centrista esiste ancora?
Questo progetto fa parte dell’opzione di costruire intorno alla lista Monti un partito politico. La discussione è ancora da cominciare e ovviamente noi portiamo in questo progetto i nostri valori di chi crede nella proposta della famiglia del partito popolare europeo.

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