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Storia

Bergamo scomparsa: il crimine al tempo delle vicinie

Di Redazione15 marzo 2013 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Pugnali e lance del XIV secolo

Pugnali e lance del XIV secolo

Abbiamo già visto come alle vicinie fossero delegate competenze e funzioni cui il governo comunale non era in grado di provvedere. Tra queste la sicurezza interna. Ogni vicinia gestiva una sorta di autodifesa dalla delinquenza comune e si faceva garante dell’ordine pubblico nelle aree di propria pertinenza. In mancanza degli statuti vicinali, andati perduti, sono gli statuti comunali e soprattutto gli “Acta” della vicinia di San Pancrazio, esaminati dalla Caminiti, a fornirci informazioni.

In caso di “mala, prede, rapine vel violentiae et quecumque mala” i consoli della vicinia dovevano denunciare il fatto entro cinque giorni. Il malfattore doveva essere consegnato alle autorità nel termine dei successivi cinque giorni. Oltre tale scadenza, le vicinie erano soggette a un’ammenda molto pesante e al risarcimento del danno provocato. Per le circoscrizioni del suburbio si trattava spesso di danni alle coltivazioni. Al pagamento non erano tenuti gli orfani, le vedove, i minori di quattordici anni e gli ultrasettantenni. L’ammenda veniva ridotta se il reato era stato compiuto di notte o lontano dall’area abitata. Veniva sospesa nel caso in cui si verificassero condizioni che rendessero oggettivamente impossibile la cattura.

Identificato il presunto colpevole, questi veniva ricercato e “citato” presso la sua abitazione in presenza di due o più testimoni e del parroco. Se non veniva ritrovato, un banditore, il cosiddetto “precone”, percorreva le strade gridando ad alta voce il suo nome, ingiungendogli di presentarsi a rispondere alle accuse. In quel momento i residenti erano tenuti ad attivarsi per la cattura. Chi non lo faceva era soggetto ad un’ammenda di 25 lire.

I bottegai avevano l’obbligo di tenere nel loro negozio “unam targam, unam lanziam et unam zevelieram”, scudo, lancia ed elmo, pronti per l’uso. Tutti dovevano correre armati all’inseguimento e lanciare invettive contro il malfattore mentre la campana suonava a martello. Uguale impegno era imposto alle altre vicinie o ai paesi del contado in cui il ricercato si rifugiasse. Naturalmente non spettava poi ai vicini emettere sentenze. Dopo l’arresto, il presunto reo veniva consegnato all’autorità comunale. La vicinia poteva essere risarcita con le sostanze del colpevole e dei suoi eredi. Era comunque tenuta a pagare l’ammenda se era già stata superata la scadenza prevista dalla legge.

La generale mobilitazione talora non aveva buon esito. Gli “Acta” di San Pancrazio relativi agli ultimi quindici anni del XIII secolo riportano notizie di diverse sanzioni della notevolissima somma di 100 lire per la mancata cattura del colpevole. A queste si aggiungevano le spese per armare e retribuire guardie notturne, per pagare le libbre di cera necessarie all’illuminazione, per stipendiare i preconi.

Talora sorgevano controversie tra vicinie confinanti per la precisazione del luogo in cui era avvenuto il fatto delittuoso e si dovevano pagare spese processuali. Più volte la vicinia di San Pancrazio dovette ricorrere a mutui e pegni. Una volta diede in pegno addirittura il proprio stendardo. Per evitare tali situazioni la stessa vicinia cercava di attivarsi in proprio, elevando l’ammenda comunale per chi non prestasse la propria opera e soprattutto assegnando premi a chi avesse contribuito in modo più efficace all’arresto del reo: cento soldi al residente che catturasse un forestiero autore di ferite con spargimento di sangue di un vicino, 15 lire a chi arrestasse un forestiero colpevole dell’omicidio di un vicino.

Andreina Franco Loiri

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