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Agricoltura: mais meno redditizio in Bergamasca

Di Redazione15 marzo 2013 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Mais sempre meno redditizio in Bergamasca

Mais sempre meno redditizio in Bergamasca

BERGAMO — Nel prossimo futuro seminare mais sarà decisamente meno redditizio che in passato: è quanto emerge dall’analisi di ABIA-Confai, l’associazione bergamasca dei contoterzisti agrari, sull’andamento del comparto del seminativi nella nostra provincia.

“Per il momento il mais resta ancora di gran lunga la coltura prevalente nella nostra provincia – fa sapere il presidente Leonardo Bolis –, ma i margini di guadagno si sono molto ristretti. Se per un verso non ci sono valide alternative per gli allevamenti, che ne hanno bisogno per alimentare i propri animali, per quanto riguarda le aziende che coltivano mais per la mangimistica o per il settore ‘food’ esiste qualche fondata preoccupazione”.

Più che l’andamento dei prezzi di mercato, ad incidere sulla redditività delle aziende del comparto dei seminativi è una serie di altri fattori. “Oggigiorno, ad esempio, per cercare di preservare il mais dal rischio delle aflatossine, temibili agenti di origine fungina – sottolinea Bolis – occorre mettere in atto una serie di monitoraggi e accorgimenti in varie fasi del ciclo produttivo: questi interventi comportano rilevanti oneri aggiuntivi per gli agricoltori. Si pensi alla raccomandazione di interrare i resti colturali attraverso un’aratura profonda, che si potrebbe invece evitare in favore di tecniche colturali meno costose e meno invasive, qualora non vi fossero pericoli di carattere sanitario”. Costi crescenti derivano anche dai trattamenti contro la piralide, una farfalla diffusa soprattutto nel Nord Italia e acerrima nemica del granturco.

A fronte di questo quadro della situazione cambiano decisamente le prospettive per le aziende basate esclusivamente sui seminativi, senza diversificazione produttiva in ambito zootecnico o nel comparto dell’agricoltura multifunzionale. “Se nella nostra provincia, fino a qualche anno fa, un’azienda a seminativi di 40-50 ettari consentiva ad una famiglia rurale di ricavare un reddito soddisfacente – evidenzia Enzo Cattaneo, direttore di ABIA-Confai –, ora la soglia della sostenibilità economica per un’impresa di questo tipo si colloca intorno ai 90-100 ettari. In altre parole, l’asticella del pareggio di bilancio si è alzata considerevolmente, mettendo in difficoltà alcune delle nostre aziende considerate un tempo tra le migliori”.

Che cosa accadrà nel prossimo futuro? “Se per il momento in Bergamasca la soia è scarsamente coltivata – osserva Cattaneo -, già a partire dalla prossima stagione si potrebbe notare una certa inversione di tendenza verso questa e altre colture, tra cui anche il sorgo, soprattutto per il cosiddetto ‘secondo raccolto’ stagionale. Tutto ciò in ragione del loro minore fabbisogno idrico ed energetico e della minore necessità di difesa da una serie di agenti patogeni che sembrano privilegiare le coltivazioni di mais”.

Secondo gli addetti ai lavori, già dal prossimo anno il tasso di sostituzione tra il mais e altre colture in Bergamasca potrebbe aggirarsi intorno al 7-8%.

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