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Storia

Bergamo scomparsa: la nuova puntata

Di Redazione8 marzo 2013 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Affresco sulla facciata del consorzio di San Michele

Affresco sulla facciata del consorzio di San Michele

In quasi tutte le vicinie erano operanti sodalizi con finalità sia religiose che sociali. Il “Venerando Consortio di Sant’Alessandro della Croce” la cui Regola risale al 1272, ma si riallaccia probabilmente a quella di un’istituzione più antica, prescriveva il dovere dell’aiuto vicendevole, materiale e spirituale.

I confratelli erano tenuti a pratiche devote più intense e ad un codice morale più rigoroso rispetto agli altri parrocchiani. Una volta l’anno, il giorno di Santa Maria delle vendemmie, partecipavano ad un pranzo comunitario.

Il consorzio dispensava con cura scrupolosa elemosine ai malati indigenti della vicinia, secondo istruzioni indicate da “bullette” compilate dal Ministro e dal Notaro. Elargiva inoltre pane e vino ai poveri di cui veniva aggiornato un elenco ogni anno la vigilia di Natale. Tra i suoi obblighi la consuetudine antichissima di distribuire l’agnello benedetto indistintamente ai ricchi e ai poveri in occasione della Pasqua.

Similari le regole di altri consorzi come quello di Sant’Alessandro in Colonna e quello San Michele al Pozzo Bianco. Quest’ultimo, dedicato alla Vergine e all’Arcangelo Michele, aveva sede nell’edificio attiguo alla chiesa. Gli affreschi della facciata, oggi scarsamente leggibili, sono quattrocenteschi.

Una testimonianza ottocentesca ricorda che un tempo si potevano vedere sei persone che “parevano magistrati seduti a consiglio” con “un’espressione viva e ben marcata nelle teste”. Si può supporre che si trattasse dei presidenti della Confraternita raffigurati nell’esercizio delle loro funzioni.

Il Consorzio era particolarmente rigoroso nel controllo morale. Chi non si confessava nei periodi prescritti era soggetto a multe da pagarsi al tesoriere, mentre erano previste condanne per chi praticava il gioco e le scommesse ed anche per chi cantava all’aperto di notte.

Furono probabilmente i membri del Consorzio, appartenenti a famiglie di notevoli capacità economiche a commissionare nel 1525 a Lorenzo Lotto i bellissimi affreschi della chiesa. Particolarmente venerato e per questo citato nel primo capitolo della Regola San Donnino protettore contro la rabbia canina e i veleni. Un suo dente era allora custodito in un calice nella cappella di San Giovanni Battista.

La possibilità di “recipere del callice Sancti Domnini” era un diritto che il sacerdote riservava ai membri del Consorzio prima che agli altri fedeli. L’immagine del Santo appare su una parete della chiesa fra gli altri affreschi che abbiamo esaminato nell’incontro precedente.

Del tutto anomale, se confrontate agli esempi coevi, appaiono le caratteristiche del Consorzio di San Pancrazio. Esso non richiedeva ai suoi membri alcuna pratica devozionale e non era orientato ad alcuna finalità religiosa. L’adesione non era volontaria, ma imposta da una nomina cui non ci si poteva sottrarre, pena una multa di 60 soldi. Ed erano i consoli della vicinia a proporre la nomina che poi doveva essere approvata da altri “consortialles”.

Le finalità sembrano esser state esclusivamente di carattere economico assistenziale. I membri avevano anzitutto il compito di “mettere a frutto” i beni mobili e immobili del consorzio stesso, che si suppone derivassero da donazioni o dal pagamento di quote fisse imposte ai vicini, e di gestirne i proventi destinandone parte all’assistenza dei bisognosi.

Strettamente controllato dagli officiali vicinali, il consorzio sembra essere stato una derivazione della vicinia stessa da cui rimaneva però nettamente separato, un alternativo canale di proventi da utilizzare per attività commerciali e finanziarie a vantaggio dell’intera comunità.

Andreina Franco Loiri

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