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Poesie

“La melanconia” di Ippolito Pindemonte

Di Redazione1 marzo 2013 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo

Fonti e colline
chiesi agli Dei:
m’udiro alfine,
pago io vivrò.
Né mai quel fonte
co’ desir miei,
né mai quel monte
trapasserò.
Gli onor che sono?
che val ricchezza?
Di miglior dono
vommene altier:
d’un’alma pura,
che la bellezza
della natura
gusta e del ver.
Né può di tempre
cangiar mio fato:
dipinto sempre
il ciel sarà.
Ritorneranno
i fior nel prato
sin che a me l’anno
ritornerà.
Melanconia,
ninfa gentile,
la vita mia
consegno a te.
I tuoi piaceri
chi tiene a vile,
ai piacer veri
nato non è.
O sotto un faggio
io ti ritrovi
al caldo raggio
di bianco ciel,
mentre il pensoso
occhio non movi
dal frettoloso
noto ruscel;
o che ti piaccia
di dolce luna
l’argentea faccia
amoreggiar,
quando nel petto
la notte bruna
stilla il diletto
del meditar;
non rimarrai,
no, tutta sola:
me ti vedrai
sempre vicin.
Oh come è bello
quel di viola
tuo manto, e quello
sparso tuo crin!
Più dell’attorta
chioma e del manto,
che roseo porta
la dea d’amor;
e del vivace
suo sguardo, o quanto
più il tuo mi piace
contemplator!
Mi guardi amica
la tua pupilla
sempre, o pudica
ninfa gentil;
e a te, soave
ninfa tranquilla,
fia sacro il grave
nuovo mio stil.

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