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Storia

Bergamo scomparsa: il mistero delle chiese perdute

Di Redazione1 marzo 2013 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Targa che ricorda la chiesa viciniale di San Cassiano

Targa che ricorda la chiesa viciniale di San Cassiano

Abbiamo visto nell’incontro precedente che le chiese vicinali, ristrutturate, presentano un aspetto molto diverso da quello originario. Andremo ora alla ricerca di quelle che il tempo ha cancellato del tutto, per ritrovarne perlomeno il ricordo.

In Città Alta le chiese di San Cassiano, di San Giacomo, di San Giovanni Evangelista, nella parte bassa della città quelle di Sant’Antonio e di San Giovanni dell’Ospitale.

La chiesa di San Cassiano si trovava lungo l’attuale via Donizetti ed è ricordata da una targa che alleghiamo. Quella di San Giacomo era presso la porta che ne ha ereditato il nome. Fu distrutta per la costruzione della mura venete. La chiesa di San Giovanni Evangelista, visibile sulla pianta prospettica attribuita ad Alvise Cima, risulta inglobata nell’attuale Seminario.

Molto interessanti, anche se ormai difficilmente individuabili, i resti dell’antichissima chiesa di Sant’Antonio in Foris. In via Borgo Palazzo al numero 4, rimane una porta sormontata da una lunetta affrescata in cui si possono ancora a fatica distinguere le figure della Madonna e di due Santi all’interno di un arco su cui erano raffigurate teste di Apostoli. Era l’ingresso della chiesa. Duecentesca, una delle più antiche della città, doveva essere tutta decorata. Lacerti di affreschi furono nel primo Novecento trasportati al Palazzo della Ragione. Accanto era un piccolo ospedale.

La zona intorno, denominata la Rocchetta, conserva all’interno di molti edifici resti di elementi architettonici antichi. La Rocchetta, come dice il nome stesso ,era in origine un piccolo fortilizio. Tutta la struttura è visibile nella pianta prospettica attribuita ad Alvise Cima.

Visibile invece sulla pianta del Macheri, la chiesa di San Giovanni dell’Ospitale che si trovava all’angolo tra le attuali via Pignolo e via San Giovanni. Rivolta verso via Pignolo era dotata di un piccolo sagrato ed attigua ad un cimitero alberato.

Antichissima, essa era nel primo Cinquecento sede dell’Ordine Ospitaliero dei Cavalieri di Malta, che mantenevano un piccolo ospedale. Alcuni edifici adiacenti rivelano nelle strutture murarie le loro remote origini.

Accanto alle chiese era il cimitero, luogo delle sepolture, ma spesso anche, data l’angustia degli spazi pubblici, luogo di passaggio e di ritrovo, magari anche di commerci non del tutto leciti, di incontri amorosi. Non era in genere delimitato da cancellate o chiusure. Praticamente era la continuazione della piazza. Soprattutto nella parte bassa della città spesso era alberato ed utilizzato dagli abitanti come giardino pubblico. Negli ordinamenti comunali si ripetono disposizione tese ad imporre un contegno rispettoso della dignità del luogo a partire dalle più elementari forme di decenza come quella di astenersi dal mingere.

I defunti erano sepolti a spese della comunità. Sul far della sera i vicini erano chiamati a raccolta da un precone “causa heundi sepolturas”. Sappiamo che in San Pancrazio certo Giacomo Bonacursi di professione spadaio veniva remunerato con 10 soldi al semestre per tale attività. Al lume delle torce l’estinto veniva accompagnato alla chiesa da tutta la comunità. In capo al corteo una grande croce.

Funerali particolarmente solenni prevedevano addobbi preziosi, nonchè la partecipazione di frati e di confraternite, di bambini poveri, spesso orfani degli Ospedali. Le spese in tal caso erano sostenute dai parenti. Il defunto veniva vegliato in chiesa o direttamente sul suolo del cimitero per tutta la notte, per essere poi seppellito di primo mattino dai “sotradori”. In qualche caso, che supponiamo dovuto a condizioni economiche e sociali, l’inumazione avveniva all’interno della chiesa.

Riteniamo che i cimiteri vicinali siano stati utilizzati fino all’inizio dell’Ottocento quando furono emanati i decreti che proibivano le sepolture nelle chiese o comunque nel centro cittadino. Solo nei periodi di epidemie e pestilenze, che vedremo piuttosto frequenti, il seppellimento avveniva altrove magari in fosse comuni, poi ricoperte da calce viva.

Andreina Franco Loiri

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