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Storia

Bergamo scomparsa: il rapporto fra chiese e vicinie

Di Redazione22 febbraio 2013 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Una suggestiva immagine della chiesa di San Michele in pozzo bianco

Una suggestiva immagine della chiesa di San Michele in pozzo bianco

Quasi tutte le vicinie bergamasche prendono il nome da una chiesa. Fanno eccezione la vicinia di Antescolis, allora definita dalla presenza delle scuole vescovili (nella zona si trova attualmente il Liceo Sarpi), le altre due vicinie di Canale e di Arena.

Gli studiosi di fine Ottocento, come Angelo Mazzi, affermano l’origine ecclesiastica delle vicinie, costituitesi dopo la caduta dell’Impero romano intorno ad una chiesa, come “germe” delle parrocchie cittadine. La storiografia più recente, Claudia Storti Storchi in particolare, evidenzia invece la sostanziale continuità di un organismo costituitosi spontaneamente forse fin da epoca preromana, sviluppatosi nei secoli su basi consuetudinarie senza alcuna interruzione nell’epoca delle invasioni barbariche, capace di fornire al nascente Comune le strutture necessarie a sopperire alle sue carenze organizzative.

Il problema delle origini resta comunque aperto. Vicinie e Comune seguirono per due secoli un percorso evolutivo sostanzialmente parallelo ed integrato. Ma le vicinie sopravvissero al Comune e continuarono ad operare, con deleghe governative più limitate ma con una certa autonomia amministrativa, fino al XVIII secolo.

Il rapporto tra vicinia e chiesa era strettissimo. La chiesa era il centro religioso in cui si celebravano i riti della vita individuale, familiare e collettiva, ma era anche centro di aggregazione in cui avevano luogo le assemblee della vicinia, dei paratici, dei consorzi. Vi si stipulavano i contratti, si mettevano al sicuro i propri beni in caso di pericolo.

La vicinia non solo aveva l’obbligo della gestione amministrativa e della manutenzione del sacro edificio, del sagrato adiacente e di tutti gli arredi sacri, ma era spesso coinvolta direttamente nelle questioni più strettamente legate al culto. Così nella vicinia di Sant’Alessandro della Croce spettava a dei “syndici” viciniali provvedere “ai predicatori per predicare l’advento, quattracesima et altre feste” nonché “admonire fraternamente li sacerdoti et chierici, et quietarli, et farli admonire dal Rev. Vicario”. Inoltre “far nuove sepolture nel cimitero della chiesa”.

Vita religiosa e vita sociale erano così strettamente legate che risulta impossibile distinguere competenze e responsabilità delle parrocchie da quelle delle comunità degli abitanti. A quanto si legge nei documenti studiati dalla Caminiti, i vicini avevano la facoltà di eleggere il prete officiante. “E i parrocchiani erano disposti a rifiutare un rettore non gradito anche con le armi”. Non risulta però che a Bergamo un simile evento si sia mai verificato.

Quasi tutte le chiese viciniali sono state ristrutturate o addirittura ricostruite. Non è possibile conoscere il loro aspetto originario. Ci sembra comunque interessante esaminare alcuni elementi della chiesa di San Michele al pozzo bianco, nota soprattutto per gli splendidi affreschi cinquecenteschi di Lorenzo Lotto dei quali ci occuperemo più avanti.

La chiesa, ristrutturata nel Quattrocento, conserva nella struttura scandita da archi a sesto acuto, echi di forme gotiche trecentesche e ingloba due muri che appartenevano alla struttura precedente. Si tratta delle due pareti laterali in gran parte ricoperte di affreschi votivi realizzati tra il XIII e il XIV secolo. Commissionati dai fedeli per manifestare devozione o richiedere l’intercessione del proprio santo protettore, i dipinti evidenziavano nello stesso tempo il prestigio e la ricchezza del committente, il quale qualche volta si faceva raffigurare inginocchiato ai piedi delle figure sacre.

Accostati casualmente senza alcuna sistematicità, i dipinti rimangono affascinante documento di un tipo di decorazione che caratterizzava la maggior parte delle chiese cittadine. Possiamo immaginarle così la chiese viciniali, sulle cui pareti si accumulavano e si sovrapponevano senza alcun ordine affreschi come testimonianza di fede. Rileviamo fra gli affreschi di San Michele al pozzo bianco un’immagine duecentesca di Sant’Alberto da Villa d’Ogna cui una bianca colomba porta l’Ostia consacrata e un’interessantissima quanto insolita Annunciazione di fine Trecento.

Molte chiese viciniali sono state demolite nel corso dei secoli. Nel prossimo incontro accompagneremo il lettore in una affascinante ricerca degli edifici scomparsi.

Andreina Franco Loiri

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