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Storia

Bergamo scomparsa: le vicinie e i loro guerrieri

Di Redazione23 gennaio 2013 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Le vicinie e i loro guerrieri

Le vicinie e i loro guerrieri

Nell’incontro precedente abbiamo esaminato l’armatura dei cavalieri dell’esercito comunale attraverso le immagini di Sant’Alessandro. Altri dipinti ci propongono ritratti dal vivo di “milites” bergamaschi. In particolare due affreschi provenienti dalla chiesa di San Francesco e oggi conservati al Palazzo della Ragione.

Nel primo sono due cavalieri, probabilmente fratelli, identificati dalla scritta come appartenenti alla famiglia Cazani. Sopra l’usbergo in maglia di ferro di cui si scorgono gli anelli intrecciati, indossano un corsetto in stoffa o in pelle decorato dall’immagine dell’aquila, stemma comune a molte famiglie. A sinistra portano la spada, a destra un piccolo pugnale “sfondagiaco” che serviva a finire l’avversario abbattuto, penetrando tra le maglie dell’usbergo. Due Santi li presentano alla Madonna e il Bambino li benedice.

Nel secondo affresco “I due Santi” presentano un solo devoto, vestito come i precedenti, e trascurano un personaggio più piccolo che sta dietro di lui. E’ lo scudiero e le minori dimensioni raffigurano una più bassa condizione. Porta il vessillo del suo signore e sul capo sopra il camaglio ha la “celata” un tipo di elmo particolarmente in uso che poteva essere abbassato a proteggere il viso.

Si tratta di affreschi votivi realizzati frequentemente nelle chiese a spese del donatore a testimoniare da una parte la sua devozione ma anche e soprattutto la sua capacità economica e la sua posizione sociale.

Fra le colonne tortili del portale settentrionale della Basilica sono inserite le figure di quattro “pedites”. L’armatura è completa di elmo, camaglio, cotta di maglia di ferro che poteva essere allacciata con cinghie o fibbie, gambiere rinforzate al ginocchio. Gli scudi sono diversi. Uno, il cosiddetto “scudo scapezzato” a forma di triangolo con i due lati arrotondati e la base verso l’alto, si ritrova fra i militi milanesi che combatterono contro il Barbarossa. Le loro immagini a scultura sono conservate presso il Castello sforzesco di Milano. Un altro soldato impugna invece la “targa” di piccole dimensioni, spesso citata nelle cronache bergamasche. Dei quattro “pedites” due portano la spada, uno l’ascia, l’ultimo la mazza, che nel Trecento era dotata di “flange” sporgenti in metallo capaci di penetrare anche le corazze più spesse.

Nel 1156 nella battaglia delle Grumore presso Palosco i “pedites” bergamaschi, sorpresi sul far dell’alba, resistettero validamente tanto da mettere in fuga la fanteria nemica, ma attesero invano l’intervento della cavalleria. I “milites” bergamaschi a cavallo erano fuggiti. Moltissimi i morti e i feriti di parte bergamasca, distrutto il castello di Palosco dalla cavalleria bresciana che rientrò nella sua città portando come trofeo lo stendardo di Bergamo. Mille cittadini bergamaschi in rappresentanza della città dovettero giurare pubblicamente sul Vangelo la rinuncia perpetua ai castelli di Volpino, Qualino e Ceretello, che erano stati causa della discordia. E la guerra fra Bergamo e Brescia si protrasse per più di un secolo.

Alle vicinie spettava anche l’onere di sostenere le spese relative all’attività dei “guastatores”, soldati specializzati nell’assalto a fortificazioni militari, citati in particolare nel 1318 in occasione dell’attacco alla rocca di Romano.

Verso la fine del XIII secolo l’uso dell’indennizzo divenne una consuetudine. I “milites” a cavallo partecipavano personalmente alle campagne con sempre minore frequenza. D’altra parte l’evoluzione delle tecniche di combattimento richiedeva soprattutto ai balestrieri capacità ed esperienze ormai professionistiche. Ma anche fra i “pedites” nel declino dell’indipendenza comunale veniva meno il senso del dovere militare. A partire dal 1303 i conti del Comune di Bergamo registrano spese per l’utilizzo di soldati mercenari forestieri. Lo stesso fenomeno si verificò negli altri comuni d’Italia.

Andreina Franco Loiri

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