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Storia

Bergamo scomparsa: le vicinie e le tasse

Di Redazione10 gennaio 2013 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
I camminamenti di via Salvecchio

I camminamenti di via Salvecchio

Quali erano in età comunale le attività dell’organizzazione viciniale di cui nell’incontro precedente abbiamo esaminato la struttura? La vicinia assolveva in gran parte a compiti delegati dal Comune, alle cui normative era soggetta. Manteneva tuttavia larghe aree di gestione autonoma e di libera iniziativa derivanti da una secolare consuetudine e regolate dalle delibere delle frequenti adunanze viciniali.

Le assemblee convocate dalla voce del banditore e dal suono delle campane avevano luogo nella chiesa della vicinia alla presenza dei consoli e dei credendari con la partecipazione dei vicini maschi maggiorenni. La partecipazione risultava in alcuni casi obbligatoria per i capifamiglia che potevano essere multati per l’assenza.

Le modalità di nomina delle cariche maggiori venivano definite di volta in volta dall’assemblea al fine di evitare la formazione di forti gruppi di potere e potevano prevedere diversi gradi di elezione, alternando votazioni e sorteggi. Le votazioni in ordine alle delibere di ordinaria amministrazione si effettuavano “ad levandum et ad sedendum”. Alzarsi indicava parere negativo, star seduti parere favorevole. In casi particolarmente complessi e delicati spesso di carattere economico si ricorreva al voto segreto “cum lupinis albis et nigris”, sassolini bianchi e neri, che venivano posti in un’unica urna.

Alla vicinia era delegato il compito della ripartizione e dell’esazione delle imposte. Il Comune, sulla base delle proprietà dichiarate, imponeva alla comunità intera una cifra complessiva. Spettava ai “taliatores”, eletti dall’assemblea fra le persone in possesso di una specifica competenza, ripartire proporzionalmente tra gli abitanti la somma richiesta e agli “exactores” riscuotere l’imposta.

“Taliatores” ed “exactores” erano remunerati dalla vicinia con somme ingenti. Di particolare rilevanza e spesso oggetto di contestazioni era il “fodrum”, analogo all’attuale Imu, l’imposta diretta sulle proprietà fondiaria, che è documentata a partire dal 1203 e si applicava ai beni sia laici che ecclesiastici. Il catasto, a quanto asserisce lo studioso Angelo Mazzi, veniva compilato in base alle dichiarazioni giurate dei singoli.

Sull’estimo si basava anche la ripartizione delle “talie”, contributi straordinari che il Comune poteva richiedere per far fronte a necessità contingenti. L’insolvenza del singolo ricadeva sulla vicinia che doveva comunque pagare al Comune l’intera somma stimata oltre alle eventuali spese giudiziarie. Ovvia quindi la preoccupazione circa i pericoli dell’evasione fiscale, “defecta fodri”. Qualche storico sottolinea che in una comunità ristretta, dove spesso le singole famiglie risiedevano per generazioni, ciascuno aveva cognizione delle condizioni economiche del vicino ed era quindi più difficile l’inganno sulla stima “de bonis et facultatibus”. Nel 1296 la vicinia di San Pancrazio comunque decretava la “pena terci et quarti” (multa del triplo o del quadruplo), per chi entro dieci giorni non pagasse la propria quota. E poteva procedere autonomamente anche al pignoramento dei beni degli insolventi.

Sappiamo che nella seconda metà del Duecento il Comune, per far fronte alle crescenti spese sulla difesa, ricorse spesso al prestito forzoso evitando l’aumento del “fodrum”. Si trattava di titoli di debito pubblico al cui acquisto erano diversamente obbligati comunità o singoli contribuenti, scelti sicuramente in base all’estimo. L’interesse e il rimborso non avevano garanzia notarile. E sembra che spesso non siano stati pagati.

Alle vicinie veniva inoltre demandato il compito di ripartire la gabella sul sale. Il sale, ingrediente preziosissimo allora utilizzato anche per la conservazione degli alimenti, era da sempre soggetto a monopolio governativo. Il Comune dava in cessione la riscossione del dazio ad una compagnia di appaltatori verso i quali le singole vicinie risultavano solidalmente responsabili. Ogni vicinia, ricevuta la quantità di sale che ad essa spettava e che veniva conservata in uno “stacium” attrezzato, la ripartiva fra le famiglie “in una ragione composta dei loro averi e dei membri che le componevano”. Ma a partire dall’inizio del Trecento l’acquisto del sale, a Bergamo come in molte altre città, divenne un obbligo. Anzi alla tassa sul “sale vivo”, cioè effettivamente acquistato, si aggiunse quella sul “sale morto”, non distribuito. Si trattava di una tassa aggiuntiva il cui importo era determinato dalla quantità di “sale vivo” assegnato a ciascuna famiglia. E al “sale morto” si fece ricorso con sempre maggiore frequenza in occasione di impreviste spese di guerra.

La “canova”, magazzino comunale del sale mutò sede nel corso dei secoli. Nel periodo da noi considerato si trovava nella casa all’attuale n°13 di via Colleoni. Supponiamo che la vicina via Salvecchio possa aver preso il nome da un precedente vecchio deposito.

Andreina Franco Loiri

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