iscrizionenewslettergif
Storia

Bergamo scomparsa: le torri durante le guerre

Di Redazione12 dicembre 2012 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Le case torri di Bergamo Alta

Le case torri di Bergamo Alta

Per ritrovare l’aspetto delle numerose torri cittadine segnalate nella pianta ricostruttiva di Sandro Angelini, possiamo solo far riferimento agli edifici ancora esistenti, anche se modificati nel corso del tempo. Oltre alla già esaminata torre di Adalberto, rimasta, riteniamo, pressoché intatta, la torre di Gombito che emerge con il suo nitido profilo all’incrocio principale della città, là dove si incontravano il cardo e il decumano romani.

Costruita all’inizio del XIII secolo, la sua compatta muratura in arenaria grigia originariamente si apriva solo negli stretti tagli verticali delle feritoie e nelle monofore verso la sommità. L’unico accesso, ora murato sul lato est, era a otto metri dal suolo. Attraverso di esso comunicava con la casa adiacente, con la quale formava un complesso unitario.

Le modifiche avvennero nel XVI secolo con l’inserimento di una bottega a piano terra e la conseguente apertura di un ingresso e di una finestra. La casa adiacente era già stata completamente ricostruita con un voltone archiacuto. Verso la via Mario Lupo restano trecce di mensoloni in pietra nera sporgenti a circa sei metri dal suolo che rivelano la successiva presenza di un porticato e forse di un’altra bottega.

L’edificio appartenne fin dalle origini alla famiglia del Zoppo, che rivestì ruoli importanti nella vita della città. Lanfranco del Zoppo era stato uno dei consoli cittadini (in quel momento tredici in carica) che per la prima volta nel 1167 avevano potuto affermare la propria autorità prescindendo sia dalla nomina imperiale che da quella vescovile. Era l’inizio istituzionale del Comune. Ma purtroppo fu anche l’inizio di quelle sanguinose lotte intestine che precedentemente si erano espresse solo in episodi isolati e che trovarono nelle torri cittadine i loro punti nevralgici.

Ai primi di agosto del 1206, avendo la parte ghibellina, capitanata dai Suardi, occupata la chiesa di Santa Maria Maggiore per impedire di tenervi l’assemblea, il podestà richiese l’intervento della compagnia del popolo. In suo aiuto si schierarono anche i Rivola. Si venne allo scontro davanti alla chiesa, ma ben presto il conflitto coinvolse la città intera. Grosse pietre volavano dai mangani issati sulle torri, le case della vicinia di San Pancrazio furono rafforzate con muri e battifredi, la piazza fu coperta con archi, travi e graticci che dessero difesa contro i sassi lanciati dalle torri.

Fu dato fuoco alla torre di Gombito, e ad alcune case adiacenti. Fu assalita e distrutta la torre dei Mozzo, che la pianta ricostruttiva dell’Angelini colloca appena un centinaio di metri più avanti. Oggi non esiste più. Sulla sommità della vicina torre dei Durenti vennero successivamente collocate sentinelle delle quali i registri della vicinia di San Pancrazio documentano per lungo tempo le retribuzioni mensili.

Episodi similari si verificarono con grande frequenza durante i secoli successivi, praticamente fino alla piena affermazione del dominio veneziano verso la fine del Cinquecento. Agli scontri seguiva spesso la cacciata della parte soccombente con relativo sequestro dei beni familiari, quindi il ritorno della parte stessa con l’appoggio di forze esterne. Situazioni analoghe interessavano nello stesso periodo quasi tutti i Comuni dell’Italia centro settentrionale.

Le strade cittadine apparivano spesso in assetto di guerra. Talora le casate più potenti riuscirono a privatizzare le vie secondarie e costruirono pontili che mettevano fra loro in comunicazione le dimore delle famiglie alleate. Rimangono il pontile a metà di via Tassis, che conserva ancora l’aspetto medioevale, un altro all’imbocco di via Solata, un terzo presso la piazza mercato del fieno. Nella stessa piazza sono le tre case-torri che l’Angelini documenta al tempo come proprietà delle famiglie Locatelli e Calzani. Costruite nel XIII secolo, originariamente supponiamo avessero lo stesso aspetto di fortificazione inaccessibile comune alle torri del tempo. Le molte aperture sia al piano terra che ai piani superiori sono infatti documentate solo a partire dal primo Cinquecento.

Possiamo ritrovare nei dipinti l’aspetto di altre torri scomparse. Particolarmente interessante un dipinto di Giovan Paolo Olmo commissionato nel 1586 e conservato nella chiesa di Santa Maria Maggiore. Sullo sfondo dietro alle immagini di una Madonna in gloria tra i Santi Rocco e Sebastiano mostra il colle di San Giovanni come si presentava prima della costruzione del Seminario nel primo Ottocento. Al di là delle mura venete alcuni tratti delle mura medioevali e in particolare le due torri di San Giovanni e della Scaraguaita.

Tra queste due torri l’Isabello, il più valente architetto dell’epoca, aveva costruito nel 1523 il palazzo Lolmo senza distruggere le strutture preesistenti, che infatti conservano le tre arcate inferiori. Più indietro la torre di San Marco e più alta la torre Mirabella. Un’altra torre, detta la Beccarina , non visibile nel dipinto, fu demolita nel 1960 nel corso delle successive ristrutturazioni. Ora solo la torre Scaraguaita, modificata nell’ultimo restauro, emerge nel prospetto meridionale del Seminario.

Andreina Franco Loiri

Bergamo scomparsa: il ruolo delle torri

Il Campanone di Bergamo Alta, un tempo Torre Suardi L’immagine della Bergamo medioevale, che abbiamo via via delineato negli incontri precedenti, non sarebbe compiuta ...

Bergamo scomparsa: quando la città era divisa in vicinie

Il crocicchio del Gombito Nel XIII secolo Bergamo, come molte altre città dell’Italia centro settentrionale, era stabilmente divisa in ...