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Storia

Bergamo scomparsa: il ruolo delle torri

Di Redazione5 dicembre 2012 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Il Campanone di Bergamo Alta, un tempo Torre Suardi

Il Campanone di Bergamo Alta, un tempo Torre Suardi

L’immagine della Bergamo medioevale, che abbiamo via via delineato negli incontri precedenti, non sarebbe compiuta se non evidenziassimo le numerosissime torri. Secondo la pianta ricostruttiva di Sandro Angelini, solo all’interno della cerchia murata erano più di trenta in possesso di privati. Molte rispetto all’estensione relativamente esigua della città.

Come in tutte le realtà urbane di allora, sia l’antica nobiltà cittadina che i feudatari inurbati esprimevano attraverso le torri la loro appartenenza al ceto dominante.

Fra i nomi delle famiglie proprietarie si ripetono quelli dei Rivola, la più eminente casata di parte guelfa, e dei Suardi,di parte ghibellina. In particolare apparteneva ai Suardi insieme ad un vasto complesso fortificato adiacente , quello che è l’attuale Campanone. La contiguità al Palazzo vescovile è indicativa del prestigio e della rilevanza politica di cui la famiglia godeva già in età altomedioevale. Proprio la collocazione centrale determinò il passaggio di proprietà al Comune. La torre dei Suardi , ceduta o sottratta, divenne torre civica, simbolo delle libertà cittadine. La famiglia, proprietaria di altri edifici in città e di molte fortezze nel territorio, continuò nei secoli successivi ad essere protagonista indiscussa della vita cittadina.

Possiamo fare conoscenza con uno dei suoi componenti recandoci nella chiesa di Santa Maria Maggiore. L’intera parete meridionale del transetto è occupata da un grandioso affresco , purtroppo oggi nascosto nella parte superiore da un dipinto secentesco di Pietro Liberi. Nella sua interezza raffigura l’albero della vita, oggetto della predicazione di San Bonaventura. Rimane visibile ai piedi dell’albero fra diverse immagini di Santi il ritratto a figura intera del committente. E’ inginocchiato, di dimensioni inferiori a quelle dei Santi, a visualizzare un minore grado di dignità. Ma la rappresentazione di profilo secondo le convenzioni pittoriche del tempo attribuisce autorevolezza al personaggio, il meticoloso realismo del volto lo rende perfettamente riconoscibile. L’abito segue la moda dell’epoca con le ampie sontuose maniche bordate di pelliccia, il cappuccio rifinito dal becchetto, un basso cinturone e una borsa, simbolo di ricchezza.

Un’iscrizione ne rivela l’identità. “Dominus Guidius de Suardis”, uomo nobile e profondamente religioso nel 1347 ha ordinato l’esecuzione dell’affresco per sua devozione e, a sottolineare le proprie possibilità economiche, “suisque expensis”, a sue spese. Il fatto stesso che potesse disporre di un’intera parete della maggiore chiesa cittadina, la cappella civica voluta dal Comune, non lascia dubbi sulla considerazione di cui godeva presso le autorità civili e religiose del suo tempo.

Le finalità originarie delle torri erano comunque difensive. Nelle epoche precedenti allo sviluppo dell’artiglieria, quando si utilizzavano prevalentemente armi da lancio, l’azione effettuata dall’alto risultava di particolare efficacia. E così pure l’attività di avvistamento e di controllo.

L’accesso poteva essere posto a diversi metri dal suolo, come nella torre di Colle Aperto, costruita tra il X e il XII secolo attribuita al Vescovo Adalberto, poi passata a far parte della proprietà La Crotta e quindi della Cittadella viscontea. Probabilmente vi si accedeva attraverso scale esterne in legno che potevano essere retratte in caso di pericolo. Un vero e proprio rifugio d’emergenza. Non risulta alla scrivente l’esistenza di documenti che in qualche modo motivino l’appellativo di “torre della fame”. Forse proprio l’aspetto di questo parallelepipedo dalle mura possenti e quasi completamente privo di aperture verso l’esterno con i suoi attuali 24 metri di altezza ha dato origine al suggestivo soprannome.

Purtroppo le altre torri cittadine per la maggior parte sono scomparse, abbattute o mozzate durante le sanguinose lotte intestine, oppure inglobate in strutture architettoniche posteriori, trasformate nell’aspetto o abbassate per motivi di stabilità. Nel prossimo incontro la loro ricerca attraverso le vie di Bergamo Alta ci darà l’occasione di rievocare un periodo doloroso ma molto interessante della vita della città.

Andreina Franco Loiri

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