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Storia

Bergamo scomparsa: due planimetrie della città antica

Di Redazione9 ottobre 2012 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo

Qual era l’aspetto della nostra città cinquecento-settecento anni fa? A differenza di altre realtà urbane, Bergamo ha subito negli ultimi due secoli trasformazioni meno radicali, così che è ancora possibile leggere nel tessuto viario i percorsi della città di un tempo.

Particolare della planimetria di Alvise Cima

Particolare della planimetria di Alvise Cima

Inevitabilmente il fluire degli eventi ha cancellato molti edifici, ne ha alterato la struttura o modificato la destinazione d’uso. Tema dei nostri incontri sarà la ricerca di tali edifici, del contesto in cui essi si inserivano e, laddove i documenti lo permettano, della trama di rapporti che li univano alla comunità cittadina.

Lo faremo attraverso la cartografia antica, strumento quanto mai prezioso. Vedute e piante che ci restituiscono l’immagine di parti perdute di Bergamo. Essenziale per il nostro studio la pianta attribuita ad Alvise Cima. Seicentesca, ma “cavata” da disegni precedenti, essa ci fa conoscere la città preesistente alla costruzione delle mura venete. Una città ancora medioevale alla quale si sovrappone con una netta linea nera il tracciato delle nuove mura.

Il documento ci dà l’idea di una situazione drammatica. La fortificazione escludeva i borghi, che erano la parte più viva e produttiva del contesto urbano, interrompeva le comunicazioni con la parte alta della città, residenza del potere politico e dell’amministrazione. Comportava inoltre la demolizione di numerosi edifici.

Secondo la relazione di un “misurator” del Comune nel 1561, in tre mesi furono distrutte 215 abitazioni per un valore di 116.000 ducati oltre a vigneti, orti e giardini. Intorno alla fortezza doveva restare libera una vasta superficie di terreno per impedire che le costruzioni offrissero copertura ad un eventuale nemico.

La costruzione delle mura era fortemente voluta dal governo veneziano come indispensabile strumento difensivo all’estremità occidentale del suo dominio di terraferma. Anche i bergamaschi, coinvolti da più di un secolo nelle vicende belliche che avevano devastato l’Italia settentrionale, ritenevano improrogabile la realizzazione della fortezza, ma chiedevano che nel suo tracciato fossero compresi i borghi così da garantire la protezione di tutta la città.

A seguito di frenetiche sedute del Consiglio degli anziani, il 30 luglio 1561 fu inviata al Senato veneto un’ambasceria. Nello stesso giorno ebbe luogo una processione con una straordinaria partecipazione della folla. Nei giorni successivi le processioni furono vietate dai Rettori veneti per ragioni di ordine pubblico. Mentre gli oratori bergamaschi erano a Venezia a condurre illusorie trattative, il primo agosto lo Sforza Pallavicino, progettista dell’opera, già entrava in Bergamo con 550 soldati e iniziava le operazioni di demolizione.

La Serenissima aveva deciso da tempo nella massima segretezza che la fortezza fosse realizzata “nella forma picciola”. L’inserimento dei borghi avrebbe comportato lavori troppo lunghi e spese più ingenti.

Le possenti Mura veneziane. Si noti la presenza di pietre bianche o colorate riutilizzate dalla demolizione coatta delle case dell'epoca

Le possenti Mura veneziane. Si noti la presenza di pietre bianche o colorate riutilizzate dalla demolizione coatta delle case dell’epoca

Le macerie degli edifici distrutti venivano utilizzate nella costruzione delle mura. Anche oggi un osservatore attento può scorgere nei bastioni elementi che differiscono per forma e colore dal restante tessuto murario, frammenti marmorei, decorazioni, iscrizioni. All’inizio di via tre Armi una pietra scolpita raffigura l’immagine del sole. Possiamo immaginare lo stato d’animo dei bergamaschi di allora che, neppure risarciti, vedevano parti delle loro abitazioni incluse nell’odiata fortezza.

Forse proprio nei momenti che precedettero le demolizioni fu realizzato il disegno da cui trae origine la planimetria attribuita ad Alvise Cima. Probabilmente esisteva, affrescata sulla facciata di un edificio, una veduta della città. Mentre i bergamaschi sgomenti si affannavano per salvare i loro averi qualcuno trasse da quel disegno una copia, ora dispersa, che fu poi replicata più volte.

Ne esistono attualmente tre esemplari di cui uno datato 1693. Un cartiglio a destra in basso ne attribuisce l’esecuzione ad Alvise Cima. A questo modesto pittore, forse un semplice artigiano, di cui non si conoscono altre opere di rilievo, dobbiamo l’immagine di Bergamo antica.

Pianta prospettica di Giovanni Macheri (1660)

Pianta prospettica di Giovanni Macheri (1660)

Nelle successive piante prospettiche emergono con chiarezza le conseguenze che la costruzione delle nuove mura ebbe sulla realtà urbana. In particolare nella planimetria disegnata da Giovanni Macheri nel 1660 la struttura imponente dei bastioni dal freddo impianto geometrico si inserisce nel minuto ed armonico tessuto edilizio medioevale come una lacerazione che non porta alcun giovamento alla vita della città. Ha lasciato però a noi bergamaschi di oggi lo splendido Viale delle mura, una delle più belle passeggiate del paesaggio italiano.

Andreina Franco Loiri

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