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Bergamo

Ubi, i sindacati: no alla rottamazione degli impiegati

Di Redazione2 ottobre 2012 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
La sede della Banca Popolare di Bergamo, Gruppo Ubi

La sede della Banca Popolare di Bergamo, Gruppo Ubi

BERGAMO — “I grandi gruppi nazionali, incapaci di proporre progetti credibili per la crescita dei ricavi, intendono rispondere alla difficile fase economica attraverso un profondo ridisegno della categoria: il centro del ragionamento di Abi è che i bancari sono troppi e soprattutto costano troppo”. E’ quanto sostengono i sindacati impegnati in una difficile trattativa sulla ristrutturazione del gruppo Ubi Banca.

Circa una settimana fa, martedì 25 settembre, si è riunito a Bergamo il direttivo della Fisac-Cgil e il Gruppo UBI a cui ha partecipato anche il segretario nazionale Fisac Enrico Segantini, per discutere delle tensioni occupazionali nel gruppo bancario.

Durante la seduta dell’organismo sindacale, la discussione ha analizzato la situazione del settore del credito: sono ben 12 le procedure sindacali avviate a livello nazionale in tutti i gruppi bancari, con circa 20.000 lavoratrici e lavoratori coinvolti, e tutte improntate, secondo il sindacato di categoria della Cgil, “al contenimento dei costi e alla rottamazione del personale”.

“Nonostante dati di bilancio che testimoniano di un patrimonio in regola con le disposizioni di Eba, un costo del lavoro in costante diminuzione, un’ultima semestrale con una redditività dignitosa, Ubi propone di realizzare un risparmio strutturale del costo del lavoro di ben 115 milioni di euro, equiparabili al valore di 1.578 dipendenti” spiegano i sindacati.

“I 115 milioni non risultano essere il frutto di una analisi dell’organizzazione del lavoro ma un mero calcolo contabile per rispondere al probabile aggravamento di alcune poste di bilancio (calo dei ricavi, aumento delle rettifiche sui crediti deteriorati) e alla necessità di mantenere o addirittura implementare i dividendi per gli azionisti in vista della prossima assemblea dei soci chiamata a confermare o rinnovare la governance del Gruppo”, sostengono i sindacati.

“La delegazione aziendale intende assicurare la riduzione strutturale del costo del lavoro anche ponendo mano a pesanti deroghe al Contratto Nazionale (festività soppresse, ferie, banca ore, straordinari, missioni) e alle norme aziendali (ticket pasto, premi fedeltà, indennità di mobilità, indennità km, inquadramenti, automatismi); la volontà aziendale è di ridurre il confronto alla scelta degli strumenti da applicare ai lavoratori per raggiungere l’entità dei risparmi che il Gruppo autonomamente ha già deciso”.

Il direttivo della Fisac ha elaborato una proposta di confronto alternativa, da condividere con le altre organizzazioni, e da portare alla discussione con la controparte aziendale, incentrata sulla disponibilità ad aprire una trattativa da realizzarsi esclusivamente attraverso: l’uscita di coloro che hanno maturato i requisiti pensionistici; l’utilizzo del fondo di solidarietà per gestire i prepensionamenti e finanziare le riduzioni d’orario su base volontaria; l’accoglimento delle domande per la concessione del part-time.

“Gli altri risparmi dovranno essere effettuati su altre voci di costo che non siano quelle del personale. Al termine dell’ultimo incontro del 27 settembre l’azienda si è riservata di valutare la percorribilità delle proposte del tavolo sindacale.
Qualora non si determinasse una svolta positiva del confronto, chiederemo alle altre organizzazioni sindacali di convocare le assemblee dei lavoratori al fine di condividere le azioni di mobilitazione utili a contrastare il progetto aziendale” conclude la Cgil.

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