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Ping pong sull’economia

Di Redazione13 agosto 2012 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo

Sul Corriere della sera di venerdì scorso, 10 agosto, il prof. Giovanni Sartori, occasionalmente umile, in un suo editoriale riporta alcuni numeri terribili, conosciuti purtroppo anche dagli italiani comuni.

Il professore ricorda che negli ultimi cinque anni in Italia l’industria ha perso circa 675 mila posti di lavoro a causa di un calo di produzione del 20,5%. E aggiunge che il Governo Monti “non affronta questo problema” e “non potrebbe nemmeno se lo volesse”.

E non potrebbe farlo per via dell’enorme debito pubblico: 1966 miliardi di euro, pari cioè al 123% di quanto gli italiani producono in un anno. Uno Stato che ogni anno deve destinare al pagamento degli interessi del debito contratto la maggior delle entrate fiscali che riesce a riscuotere. E che vanta una pressione fiscale record nel mondo, che pesa sul contribuente fino al 55% del reddito individuale prodotto, e alla quale si collega anche un’altissima evasione fiscale. Uno Stato che anche per questo non riesce più ad investire e che fatica finanche a pagare i suoi fornitori. I quali rischiano l’insolvenza e a causa di questa la morte di imprese e l’espulsione dei lavoratori dal mondo del lavoro.

La drammaticità del problema sta però nell’ultima parte dell’articolo del professor Sartori, laddove cioè egli pone una domanda agli economisti. Si chiede, infatti, il professore che pur ammettendo che il Governo Monti riesca con le sue manovre a ridurre sprechi e spese dell’apparato pubblico così da tornare a poter disporre di risorse finanziarie, cosa altro potrà fare dopo se non investirle in opere pubbliche. Assai probabilmente con scarsissime conseguenze per la ripresa economica del paese. O no?

In sostanza il professore lamenta come alla fine rimarrebbe pur sempre il problema dei problemi, cioè quello dell’assenza di un’economia produttiva. Di un’economia (non solo quella italiana) che non è più capace di produrre beni e merci e dunque di fabbricare crescita e ricchezza, ma solo di consumare risorse finanziarie variabilmente recuperate.

Oggi, sabato 11 agosto, medesima collocazione (editoriale) sulla prima pagina del Corriere della sera, Piero Ostellino torna in qualche modo sul problema posto dal professor Sartori. E lo fa ripetendo le critiche che da tempo rivolge all’attività (o all’inerzia) ai tecnici al Governo. I quali, secondo Ostellino, da novembre 2011 ad oggi avrebbero operato usando schemi e metodi tipici della categoria dei vecchi politici. Cioè ponendosi dinanzi alla grave crisi economica un solo problema, quello del reperimento di nuove risorse finanziarie. E affrontandolo attraverso due strumenti: l’aumento dell’imposizione fiscale, già largamente abusato, e le dismissioni del patrimonio pubblico, al quale il Governo ha promesso di dedicarsi subito dopo la sosta estiva.

Di entrambi Ostellino dice assai male: l’(ab)uso della leva fiscale ha prodotto gravi effetti recessivi sull’economia, mentre le dismissioni rischiano di impoverire lo Stato, riducendo un patrimonio che è garanzia per il soddisfacimento dell’enorme debito pubblico.

Quale la strada alternativa indicata da Ostellino? Quella che potrebbe essere attuata con una sorta di rivoluzione (detto sottovoce) liberale.

Scrive, infatti, Ostellino che la differenza concettuale fra chi ha sempre sostenuto l’interventismo statale sull’economia (e non solo), e i liberali, sta proprio nella diversa visione del problema chiamato crisi economica. I primi pensano che lo Stato debba intervenire massicciamente per reperire nuove risorse che poi, però, impiega con i suoi tradizionali strumenti inidonei a produrre crescita e ricchezza e che, anzi, rischiano di determinare recessione e impoverimento. I secondi, invece, sono del parere che le risorse siano già presenti sul mercato e che si tratti soltanto di trovare la maniera di liberarle.

Una delle strade a cui Ostellino accenna per questa rivoluzione (detto sempre sottovoce) liberale, è proprio quella di eliminare i mille e mille ostacoli che impediscono alle risorse già disponibili di emergere per essere utilizzate e fabbricare crescita e ricchezza.

In questa operazione di liberazione dell’economia dai lacci e dai laccioli, una funzione importante, anzi essenziale, lo Stato può ancora svolgerla, solo che i partiti tribù vogliano finalmente ritirarsi dall’occupazione clientelare e familistica dei poteri pubblici. E il Governo Monti potrebbe essere d’aiuto, ad esempio, accelerando sulle riforme della macchina amministrativa centrale e locale, così da liberare cittadini e imprese dalla condizione di vergognosa inconcepibile sudditanza in cui si trovano dinanzi all’apparato burocratico della pubblica amministrazione.

Una conseguenza non irrilevante del ragionamento di Ostellino ci riguarda tutti come cittadini comuni, che saremmo chiamati a ridimensionare le aspettative che riponiamo nelle azioni della politica per il superamento della crisi economica. Nel senso che piuttosto che ancora interventi e azioni della politica sull’economia, quello che davvero aiuterebbe sarebbe una (finalmente) convinta astensione della politica dai processi di produzione di beni e merci.

In fondo si tratterebbe di tornare ciascuno al proprio mestiere. E se così fosse, come mi pare, come non essere d’accordo con Piero Ostellino? O no?

Michele Luccisano

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