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Economia

Globalizzatori, oppositori e il grande bluff delle banche

Di Redazione13 giugno 2012 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo

Ci sono due libri, tra tanti, molto distanti tra loro, che fanno riflettere su come e dove abbiano studiato i nostri tecnici e i nostri politici che si dichiarano esperti della materia economica e finanziaria.

Il primo è l’uscita in fascicoli della prima edizione de “La caduta della Società Italiana di Credito Mobiliare”, di Maffeo Pantaleoni, scritta nel 1895. Il secondo è la raccolta degli scritti di Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia nel 2001.

Sentire oggi i lanci Ansa sul rischio di effetto domino della crisi sul sistema finanziario e bancario, fa riflettere sul perché alcuni si preoccupino di pensare tanto per rimanere inascoltati.

Dice il premio Nobel in una intervista a The European: “Nel 2003 ho scritto a proposito del rischio di interdipendenza, in cui il crollo di una banca può portare al collasso di altre banche e accrescere la fragilità del sistema bancario. Pensavo fosse importante, ma all’epoca l’idea non è stata raccolta. In quello stesso anno abbiamo assistito a conflitti d’interesse nella finanza. Ora riconosciamo quanto siano importanti tali temi. Ho sostenuto che il problema vero dell’economia monetaria sta nel credito, non nella disponibilità di liquidità.  Ora tutti riconoscono che il collasso del sistema del credito ha messo a terra le banche.  Dunque la crisi ha concretamente confermato e rafforzato diversi filoni della teoria che io avevo esplorato in precedenza. Un argomento che ora considero molto più importante di quanto lo ritenessi prima è la questione dell’aggiustamento  e del ruolo di sistemi di rapporti di cambio, come l’Euro, nel prevenire gli aggiustamenti economici. Un tema correlato è il collegamento tra gli aggiustamenti strutturali e l’attività macroeconomica”.

E del resto Pantaleoni nel 1895 scriveva: “Eppoi, mentre cadevano il Mobiliare e la generale, o poco dopo che erano caduti, fallivano altre banche ancora e correvano i depositanti alle casse di risparmio e alle banche popolari, salvate poi, con qualche lodevole eccezione, a spese del pubblico in genere, con nuove emissioni di carta a corso forzoso; cresceva l’aggio e fioccavano nuove tasse […]”.

Viene dunque da chiedersi, possibile che questi testi, che trovano posto nella libreria di un modesto commercialista di provincia, non abbiano insegnato nulla? E quindi, di cosa ci sorprendiamo oggi? Di essere usciti di casa senza l’ombrello sapendo che sarebbe arrivato il temporale? O di allarmismi strumentali costruiti su un sistema di finanza internazionale talmente distante dal mondo reale da esserne alieno, ma talmente potente da riuscire a generare i suoi effetti lo stesso?

Una domanda per tutte: perché la Banca d’Italia è delle banche e non dello Stato? E perché la Banca centrale europea è delle banche e non degli stati membri? Lo sapevate?

Carlo Scotti-Foglieni

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