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Editoriali

Pressione fiscale, Laffer e le correnti Pdl

Di Redazione12 giugno 2012 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Pressione fiscale, Laffer e le correnti Pdl
L'economista Arthur Laffer

Ho letto di recente della nascita della corrente “Lafferiana”. Una corrente che farebbe riferimento alla “curva di Laffer”, curva che l’economista statunitense avrebbe sottoposto a Raegan, per spiegargli l’effetto della pressione fiscale.

Un modello che ha il fascino di tutte le curve semplici, ma che non tiene conto, buttata lì in qualche modo, di tutto il resto del contenuto dei manuali di politica economica, scienza delle finanze e economia politica.

In particolare quando si confonde, come nel manifesto “lafferiano”, quelli che sono probabilmente effetti di elasticità della domanda al prezzo ed effetti di sostituzione con considerazioni sul livello di pressione fiscale, impiegando un modello che il premio Nobel Joseph Stiglitz stigmatizza come “scarabocchiato su un tovagliolo”, non si sta ragionando di economia.

Mi spiego meglio, l’elasticità della domanda al prezzo è, in soldoni, il fatto che se il prezzo aumenta, di regola, io compero meno cose o minor quantità della stessa cosa.

L’effetto sostituzione è invece il fatto che, se il prezzo di una cosa aumenta, io cerco di sostituirla con un’altra meno costosa che mi offra lo stesso vantaggio o servizio.

Le minori entrate tributarie, sono quindi più probabilmente figlie di questi due effetti, da un lato la riduzione dell’impiego dell’automobile per contenere i consumi e dall’altro la sostituzione con beni meno costosi per compensare gli aumenti di imposta (che si assorbono nel costo) e la riduzione di capacità di spesa.

Solo al nostro ministero dell’Economia girano da almeno trent’anni pretesi esperti con tabelle nelle quali ad un aumento di un punto dell’Iva o delle accise corrisponderebbe un aumento proporzionale di gettito. Sorprende che siano ancora lì e ancora di più che un governo di tecnici li ascolti.

Visto che l’ho citato chiudo con una riflessione di Stiglitz sul tema dell’austerità a tutti i costi (senza con questo pensare di sposarne l’intero pensiero o di fondare una corrente), riflessione che però trovo stimolante: “L’austerità, in sé stessa, sarà quasi certamente disastrosa. Porterà a una recessione a doppio minimo che potrebbe essere molto grave. Probabilmente peggiorerà la crisi europea. Le conseguenze a breve termine saranno molto brutte per l’Europa. Ma il problema più vasto riguarda il modello tedesco. Ci sono diversi aspetti di esso – tra i quali il modello sociale – che consentono alla Germania di superare una caduta molto forte del Pil offrendo alti livelli di protezione sociale.  Il modello tedesco di addestramento al lavoro è anch’esso molto riuscito. Ma ci sono altre caratteristiche che non sono così buone. La Germania è un’economia esportatrice, ma ciò non può valere per tutti i paesi. Se alcuni paesi hanno dei surplus di esportazioni, costringono altri paesi ad avere dei deficit di esportazioni. La Germania ha intrapreso una politica che altri paesi non possono imitare e ha cercato di imporla all’Europa in un modo che contribuisce ai problemi europei.  Il fatto che alcuni aspetti del modello tedesco siano buoni non significa che tutti gli aspetti possano essere applicati a tutta l’Europa.”

Ciò a significare che il rapporto tra economia e società è un fenomeno complesso, al quale gli slogan e le semplificazioni fanno più danni che altro. Quello che mi sentirei di dire a Monti è: lasci perdere la Rai, non è per questo che stiamo sopportando questo indigeribile governo, pensi al contenimento della spesa, al taglio dei privilegi e al rilancio dell’economia. Pensi al Paese reale e alla gente comune.

Carlo Scotti-Foglieni

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