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Politica

Novità in politica: e se nascesse il Partito delle donne?

Di Redazione15 maggio 2012 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Le relatrici del convegno "La democrazia a metà"

Le relatrici del convegno "La democrazia a metà"

BERGAMO — Per ora è solo un’ambizione. Ma, vista la determinazione delle protagoniste, c’è da scommettere che nel giro di poco tempo l’idea diventerà un movimento e addirittura un partito: il Partito delle donne.

A lanciare la possibilità, accolta con entusiasmo, Tiziana Maiolo, oggi libera dai lacci del centrodestra, durante il convegno “La democrazia a metà” che si è tenuto venerdì a Palazzo Isimbardi, sede della Provincia di Milano.

Al simposio, organizzato dall’Associazione Articolo 51 erano presenti anche Mara Carfagna, ex ministro per le Pari Opportunità, eurodeputate, donne delle istituzioni e impegnate nel sociale. La domanda al centro della tavola rotonda era semplice: quali iniziative intraprendere per riportare il nostro Paese in un ambito accettabile di rappresentatività femminile nella politica?

La risposta, un po’ provocatoria, di Tiziana Maiolo è stata altrettanto immediata: costituire un “Partito delle donne” da presentare agli elettori, e cercare, attraverso questa via, di ricostituire quello che la natura ha predisposto per il suo corretto evolversi. Ovvero che uomini e donne concorrano, in eguale misura, alla crescita della società civile.

“La proposta mi pare stimolante” ha commentato Patrizia Siliprandi, relatrice al convegno, rappresentante italiano ai lavori di Pechino 1995, nei quali l’Onu stabilì la pari rappresentatività dei generi. Dopo quella Conferenza, l’Unione europea sancì “una nuova partnership fra donne e uomini che implicò una ripartizione su base paritaria del lavoro retribuito e non retribuito, nonché una partecipazione a pari livello delle donne e degli uomini alla vita civile, politica, economica, sociale e culturale dell’Unione”.

Ebbene, in Italia l’enunciazione è rimasta carta straccia. Nonostante le belle intenzioni e le dichiarazioni di facciata dei partiti italiani, i punti della Conferenza di Pechino sono andati disattesi. Trattate come le belle statuine – per usare un eufemismo -, le donne hanno deciso di dire basta e ritragliarsi il ruolo che compete loro, paritario con gli uomini.

“Nel Parlamento italiano abbiamo una donna ogni sei uomini – continua Siliprandi – e non ci è concesso votare se non per rappresentanti in gran parte maschili. Nel nostro Paese viviamo una situazione anomala che non si registra nemmeno in nazioni che riteniamo inferiori per benessere, ma che hanno molto da insegnarci in termini di civiltà”.

Ben venga dunque la proposta della Maiolo “anche se credo che più che un partito serva un vasto movimento di donne impegnate per cambiare questa politica stantia, un movimento trasversale rappresentativo di idee diverse e che potranno eventualmente completarsi – continua Siliprandi -, un movimento che sia di stimolo ai partiti, quelli esistenti e quelli che verranno, per affrontare in maniera costruttiva il problema della presenza femminile in politica, problema che oggi ci pone agli ultimi posti della classifica mondiale, ma che spetta a noi donne risolvere con proposte concrete e, soprattutto con una rinnovata solidarietà di genere”.

Qualcuno lo ha chiamato neofemminismo. Paragone un po’ azzardato visto che il nuovo movimento femminile che sta crescendo in Italia poco ha da spartire con le esperienze radicali degli anni Sessanta e Settanta. I tempi sono cambiati e le questioni sul tavolo, di vitale importanza per il Paese, richiedono raziocinio e una visione nuova, non retaggi di socialismo che fu, fumosa sinistra o vetero-destra. In un quadro politico come quello italiano, vecchio e invecchiato, le donne, ma soprattutto il loro modo di pensare, possono rappresentare una novità significativa. Anche se gli scogli da superare sono davvero tanti. Senza andare molti distanti, ne è un esempio la Regione Lombardia, con Formigoni obbligato ad allargare la sua giunta alle donne solo grazie alle vie legali. Altro esempio Treviglio, seconda città della Bergamasca, dove il sindaco e la sua giunta Pdl-Lega sono passati sopra alla bell’e meglio a uno statuto comunale che faceva della cittadina della Bassa il fiore all’occhiello italiano in fatto di pari opportunità.

E potremmo andare avanti per ore, citando casi emblematici dell’arretratezza politico-sociale che rende il nostro Paese distante anni luce dalle democrazie del Nord Europa. Preferiamo invece guardare alle novità portate dai movimenti al femminile. In primo luogo a quel modo di pensare – tutto concretezza e poca fuffa – che è mancato ai partiti italiani e ai loro leader negli ultimi trent’anni. Quello femminile è, prima di tutto, un modo diverso di concepire l’etica. E non è un caso che, mentre buona parte dell’attuale classe politica annega nella corruzione, non ci sia una sola donna indagata dalla magistratura per reati connessi all’uso illecito della cosa pubblica. Tutto si può dire, anche della maggioranza delle donne attualmente impegnate in politica, ma non che abbiano le mani sporche di denaro dei cittadini. In un Paese dove la piaga della corruzione costa 400 miliardi euro l’anno, far crescere una classe dirigente nuova, integra di fronte alla cosa pubblica, sarebbe già un gran passo in avanti.

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