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Farmacie: l’obbligo del direttore è una discriminazione

Di Redazione20 aprile 2012 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Obbligo di un direttore: i farmacisti protestano

Obbligo di un direttore: i farmacisti protestano

TREVIGLIO — Crescono i malumori e le preoccupazioni fra i farmacisti per la recente norma di legge che vede l’obbligo di sostituzione del titolare dell’esercizio dopo i 65 anni d’età con un direttore assunto a doc. Un provvedimento che potrebbe portare alla chiusura, per motivi economici, di molte piccole farmacie. Una norma che molti farmacisti contestano, perché discriminatoria e anticostituzionale. Abbiamo intervistato sull’argomento Patrizia Siliprandi, titolare di una delle più note farmacie di Treviglio.

Dottoressa Siliprandi, cosa ne pensa della norma contenuta nel decreto legge sulle liberalizzazioni?
E’ stata introdotta una norma che, oltre ad essere in palese contrasto con l’attuale tendenza a prolungare l’attività lavorativa, di fatto penalizza ulteriormente la categoria dei farmacisti titolari.

In che senso?
Si tratta del comma 17 dell’art.11 della L. 24.3.2012 che prevede che “la direzione della farmacia privata -omissis- può essere mantenuta fino al raggiungimento del requisito dell’età pensionabile da parte del farmacista iscritto all’albo professionale”. In altre parole, il titolare della farmacia, che ne è anche il direttore, essendo la direzione finora di carattere eccezionale per il caso di malattia, aspettativa per elezioni e simili, al raggiungimento del 65esimo anno di età deve cedere la direzione ad altro farmacista che abbia i requisiti professionali e di età.

Quali sono le conseguenze sulle farmacie?
L’applicazione di questa norma potrebbe addirittura portare alla chiusura delle farmacie più piccole e disagiate, gestite dal solo titolare con al massimo un magazziniere, che dovranno nominare e stipendiare un direttore. Voglio sottolineare la gravità della norma che trovo gravemente discriminatoria ed illogica da farla apparire di tutta evidenza anticostituzionale.

Sotto quali aspetti?
Discriminatoria sotto diversi aspetti, uno già accennato e che riguarda la contrastante legislazione in materia pensionistica che ha allungato l’età pensionabile sul presupposto di una immutata capacità lavorativa ed intellettiva del lavoratore, sancendo l’espulsione del farmacista over 65 dal mondo del lavoro. Un altro, invece, nei confronti delle altre categorie professionali, alcune delle quali, anche pubbliche, prevedono età pensionabili molto più in là nel tempo, fino a 70/75 anni. Per altre professioni poi non è prevista alcuna età al cui raggiungimento si debba cessare di lavorare, mi riferisco agli avvocati, ai notai, ai medici, ma anche agli imprenditori, ai politici.

Patrizia Siliprandi

Patrizia Siliprandi

In sostanza, introduce categorie di serie A e di serie B?
Viene da pensare che il legislatore abbia ritenuto che un farmacista, raggiunti i 65 anni di età, non sia più in grado di gestire la propria azienda, necessitando di un “badante” che ne faccia le veci ed eviti che la senescenza incipiente del titolare produca gravi danni alla salute dei consumatori somministrando loro un medicinale per un altro e consigliandoli in maniera demenziale. Ma lo stesso principio non potrebbe valere anche per avvocati, medici, ingegneri, notai, magistrati, imprenditori e, soprattutto, politici, non escludendosi le maggiori cariche dello Stato?

Vi considerano figli di un Dio minore?
Certamente. Le regole dovrebbero valere per tutti. Non per una sola categoria di lavoratori già penalizzata a differenza di altre per le quali si è parlato tanto di liberalizzazione, ma, per le quali, a ben vedere, è rimasto tutto pressocchè immutato.

Quindi i farmacisti cosa faranno?
Una gran mole di ricorsi sia sotto il profilo della incostituzionalità della norma, discriminatoria e lesiva della libera imprenditoria, e non dubito che anche la Corte di Giustizia Europea avrebbe di che storcere il naso di fronte a siffatta normativa. Mi chiedo anche se questa attività legislativa, evidentemente diretta a scardinare una professione che per tutti ha importato gravosi impegni di studio e per la gran parte ingenti investimenti economici (non mi si dica che i figli dei farmacisti sono privilegiati perchè trovano la “pappa” pronta, e allora che dire dei figli degli industriali e degli imprenditori, per non parlare dei figli dei notai che riescono quasi sempre a superare il loro duro concorso) non abbia un altro fine e cioè quello di favorire le vere lobby che vogliono impadronirsi del mercato dei farmaci e mi riferisco senza giri parole, alle industrie farmaceutiche e alla grande distribuzione.

Però Federfarma, il sindacato dei farmacisti, non ha fatto una grande opposizione a questa norma…
Spiace verificare che l’associazione di categoria ben poco ha fatto per tutelare, da un lato, i propri iscritti, dall’altro, i consumatori che in un settore così delicato quale è quello della distribuzione del farmaco, distribuzione che implica conoscenze particolari anche in funzione del consiglio professionale e della sostituzione del farmaco prescritto col generico equivalente, si troveranno a confrontarsi con strutture per ovvi motivi non all’altezza del compito, avendo come fine primario quello del profitto industriale. Ma questo è un altro discorso che trova la sua radice nel fatto che la categoria è rappresentata da un unico soggetto che non conosce il confronto e pare succube dei soliti poteri forti che nel nostro Paese la fanno da padroni.

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