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Siliprandi: pari opportunità? Treviglio sta tornando indietro

Di Redazione26 marzo 2012 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Patrizia Siliprandi, presidente di "Le donne scelgono"

Patrizia Siliprandi, presidente di "Le donne scelgono"

TREVIGLIO — Se domandate ai cittadini di Treviglio quale sia il problema più sentito in città, probabilmente vi risponderanno l’acqua inquinata, il traffico, il lavoro che manca. Pochi di loro, siamo disposti a scommettere, vi parleranno dell’esigenza di cambiare lo statuto comunale per “garantire di più le donne”. Sì perché le donne a Treviglio quelle garanzie sacrosante per due decenni le hanno sempre avute. Stanno scritte nello statuto stesso del Comune, in seguito a una battaglia politica durata anni. Eppure oggi, l’amministrazione comunale ha tutta l’intenzione di cambiarle. Via l’articolo 1 comma 8 dello statuto, che sancisce la presenza di almeno un terzo di componente rosa nella giunta comunale e nei cda delle aziende partecipate, sostituito con una dichiarazione di principio mutuata dalla Regione. Perché? Lo abbiamo chiesto a Patrizia Siliprandi, leader dell’associazione “Le donne scelgono” e promotrice di quel comma che mise Treviglio all’avanguardia in Italia nelle pari opportunità.

Siliprandi, l’amministrazione comunale di Treviglio vorrebbe eliminare le quote in giunta e negli organi istituzionali, cosa ne pensa?
E’ un’assurdità modificare lo Statuto Comunale nel senso di eliminare la norma che prevede che in Giunta e negli altri organi istituzionali del Comune entrambi i generi abbiano una rappresentanza minima fissata in un terzo dei componenti degli organismi medesimi. Si tratta di una norma di civiltà introdotta nello statuto 18 anni fa su mia proposta, e che costituiva il portato della mia esperienza nella Commissione Nazionale per le Pari Opportunità, e mi sento pertanto legittimata a contestare l’iniziativa di questa Amministrazione e le ragioni che la vorrebbero sostenere.

L’amministrazione pare considerare la norma retaggio di un femminismo che fu…
Voglio sgomberare il campo da un equivoco, in cui lo stesso sindaco sembra essere caduto: la norma non prevede una sorta di quote rosa negli organismi comunali, ma vuole invece salvaguardare la presenza negli stessi di entrambi i generi, maschile e femminile, nella convinzione di chi l’ha proposta che solo così vi possa essere quello scambio di idee ed esigenze che sono proprie di ciascun genere e che solo la condivisione delle stesse può portare ad una sintesi positiva. Ed è proprio questo lo spirito che ha motivato allora la mia iniziativa, non un vetero femminismo come ora si vorrebbe far credere.

Niente femminismo ma coscienza civile dunque…
In effetti l’iter della norma non è stato facile, ho dovuto infatti presentare la modifica statutaria per ben tre volte in consiglio comunale, finchè alla terza tornata la stessa fu approvata con il voto favorevole anche di chi, oggi, ne vuole l’abolizione. Mi riferisco ai consiglieri di allora ed attuali, Pignatelli, Mangano, Minuti.

Lei ha definito questo atteggiamento un passo indietro letale…
Si vuole tornare indietro, abolendo una norma che per anni ha costituito un’innovazione unica nel panorama nazionale e posto la città di Treviglio all’avanguardia per il rispetto delle diversità di entrambi i generi. E dire che sia a livello nazionale che comunitario ci si muove proprio nella direzione opposta, sancendo la necessità della presenza femminile nei consigli di amministrazione delle società partecipate e quotate. Ma, ripeto, la norma statutaria di Treviglio va ben oltre, tutelando entrambi generi e quindi, in una prospettiva che spero non troppo lontana, anche quello maschile.

Per quali ragioni secondo lei l’amministrazione vorrebbe abolirla?
Il sindaco Pezzoni, da un lato, dimostra di non aver capito la reale portata della norma ritenendo si tratti di quote rosa. Dall’altro, dice di agire nell’interesse delle donne, che invece finisce per danneggiare.

Intravede ragioni politiche?
Il tempo, se la norma dovesse essere abrogata, ce lo farà capire. Anche se già ora le possiamo immaginare. Spero che non solo le donne, ma anche gli uomini si indignino per questa iniziativa, iniqua e oggi fuori dal tempo. Così come allora, gli stessi che oggi ne vogliono l’abolizione, l’avevano commentata come un esempio di buon governo e integrazione sociale. Ma tant’è, chi governa si ricorda dei cittadini solo quando ne deve richiedere il voto, e resta sordo alle richieste che provengono dal “basso” soprattutto quando elezioni vicine non ce ne sono.

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